lunedì 9 settembre 2013

Los Angeles

La forza di Sansone era nei sui capelli, quella di LA e' nell'estensione del suo territorio. E' difficile dire se sia bella o brutta, certamente e' varia. Quando ti sembra di esserne uscito, ti ci ritrovi ancora dentro, per altre vie e in altri quartieri. LA e' il piu' significativo microcosmo degli US, per la convivenza degli eccessi, l'estensione dall'oceano alle colline, la vicinanza di pacchiano e raffinato, la verita' che si cerca attraverso il telescopio di uno dei piu' grandi osservatori del  mondo e la finzione costruita nel laboratorio di Hollywood. Guardando la grande scritta bianca incollata alla collina, un po' piu' a sinistra si trova il Griffith Observatory, un vero tempio dell'astronomia, a partire dalla sua struttura: tre cupole, due piccole laterali e una maggiore centrale, alle quali si accede dopo una breve passeggiata, che sembra fatta a posta per meditare prima dell'accesso, come i giardini che anticipano le entrate degli edifici sacri. Arrivati all'edificio si puo' salire esternamente per poi affacciarsi dalla parte opposta a vedere la distesa di luci e strade di LA. La vista non fa un grande effetto, ma lo fa il luogo da cui si osserva: la pietra bianca e liscia risalta ancora di piu' per le cupole scure, e il tutto incute un che' di reverenziale che contrasta decisamente con lo spirito generale di LA.
Il Griffith fu uno dei primi osservatori statunitensi e il posto fu scelto per la posizione e la chiarezza del cielo che permetteva una percezione piu' netta degli astri. Di quel cielo chiaro non so cosa sia rimasto - credo solo la memoria, visto l'inquinamento - ma la storia della scienza li' trova certamente un luogo dove essere ricordata. Il museo all'interno e' su piu' livelli, di cui quello piu' in fondo e' legato al nome di Leonard Nimoy, alias Spock, che sembra abbia avuto il merito di promuovere e sostenere l'osservatorio, oltre a quello si fare il gelido vulcaniano.
LA, dove gli opposti si abbracciano, riserva altre curiosita', tra le quali la Central Library a Downtown, sull'occulto simbolismo della quella si continua a dire parecchio. Qui e' L'Egitto e i suoi arcani segreti a dare forma a pareti e bassorilievi. Sullo stile si puo' avere da ridire, sulla sentenza all'entrata no: "In the world of affairs we live in our own age; in books we live in all ages", e ce ne sono altre tratte dai classici sulle mura di questo tempio dei libri, altro monumento alla cultura nella citta' della stravaganza superficiale e delle forme vuote. Ma sulle nostre biblioteche nazionali di Roma e Firenze, a parte l'orario di entrata e uscita, che c'e' scritto? Ci sono parole che invitano ad entrare? Eh si, il problema e' anche questo, bisogna affascinare, ipnotizzare, confezionare la conoscenza come se fosse un accattivante oggetto di culto. Nella veste retorica non c'e' nulla di male, se e' a buon fine, e dimostra pure la buona volonta' di avvicinare alla cultura. Una biblioteca, come un campus universitario, devono invitare all'entrata e non mettere alla prova, come un romanzo deve invitare ad essere letto dalla prima pagina e non metterti una croce sulle spalle imponendoti di soffrire come prova che sei ben intenzionato. Non e' anche in questo che LA rappresenta gli US? Non e' forse questa una radicale differenza tra US e buona parte dell'Europa? Da un lato lo spettacolo per invitarti ad entrare e magari alla fine imparare qualcosa - a volte troppo poco - dall'altro le forche caudine per vedere se sei degno di accedere al calice della conoscenza - che a volte risulta piu' amaro di quanto ti aspetteresti.