venerdì 23 agosto 2013

l'oceano negli occhi

Con il sole all'orizzonte, guardando a ovest, il Pacifico fa l'effetto di una distesa di tessuto azzurro, appena piu' scuro del cielo ma increspato di luce. A guardarlo attentamente ci si leggono i versi di Parmenide: le apparenze passano e cambiano e tutto cio' sembra essere e non e' come  "il cangiante brillare del mare", che sia il Mediterraneo di millenni fa o l'oceano del mondo post-moderno. E a fissarle troppo quelle risacche di luce sul tessuto azzurro ti ipnotizzano, sono come talismani fluttuanti, e come i tesori delle favole, finche' non arriva la massa d'acqua delle onde - con sopra una tavola da surf - a smuovere la scena e a risvegliarti, allora ti ricordi che non sei sulle coste della Magna Grecia  ma un po' piu' ad ovest. Come le avranno viste quelle coste i primi europei che arrivarono qui da terra? E i navigatori con la prospettiva opposta ed il sole alle spalle? Qui i colori di terra, acqua e cielo si trasformano ad ogni ora e posizione dell'osservatore, e non c'e' verso di ricordarli tutti: troppe tonalita' , luci e ombre, sfumature. Bisognerebbe fotografare costantemente e da tutte le direzioni contemporaneamente per avere una idea completa, un'istantanea della varieta'. E' così anche a Santa Monica e Santa Barbara, su' su' fino a Big Sur sulla strada che costeggia il Pacifico e si arrampica sulla scogliera. Da Big Sur l'oceano si vede da lontano ed e' piu' il movimento di rocce e spiagge che attira lo sguardo: da la' su', guardando la costa da Sud a Nord, gli scogli sono in fila come sentinelle rivolte verso Ovest, a volte a formare archi - dove la roccia ha ceduto alla tenacia dell'acqua.
In fondo l'oceano e il deserto condividono l'orizzonte a perdita d'occhio e danno la stessa sensazione di essere sul ciglio del proprio mondo ad osservare un'altra dimensione, un altro pianeta.
Alle spalle ci sono sempre le grandi citta', piu' o meno vicine, cioe' il mondo degli uomini distratti da se stessi e dai propri affari. Da quel ciglio invece non si vedono uomini ne' si muovono affari, non c'e' scampo: non c'e' che da vedere, sentire e pensare al resto: come se la circonferenza si facesse centro e viceversa.

lunedì 19 agosto 2013

California

Il viaggio in aereo da Baltimore a Denver e' una lunga distesa di grandi piani, dove sono disegnati cerchi e quadri come fosse una coperta tesa tra gli Appalachy e le Rocky Mountains, e ci si chiede dove dorma la gente che lavora quei campi - non c'e' un villaggio visibile dall'alto. Quando invece si vola da Denver a San Diego, CA, il clima - in tutti i sensi - cambia radicalmente e ben prima di arrivare in prossimita' del Pacifico, si gode la vista delle colline del sud della California, quelle che poi si possono vedere piu' da vicino andando da San Diego verso San Francisco, con quell'aria mediterranea (che ci fanno quei pini e cipressi dall'altra parte del mondo?) da America alternativa, vigneti compresi. E da quando in qua un vino bianco fa cosi' frequentemente 13.5 gradi? Comunque fa un certo piacere perverso ritrovare una parte di vecchio continente nel nuovo mondo.

Se andando verso San Diego l'aereo atterrasse poche miglia piu' a Ovest sarebbe sulla via delle Haway, verso un sole che tramonta affogato nell'oceano.
L'isola Coronado e' di fronte a downtown, ma molto diversa dalla città. Ci si arriva in barca o in macchina lungo un ponte che  assomiglia ad un roller coaster: cosi' alto che sembra volerla attraversare tutta e che invece poi si piega sul lato interno dell'isola. Una volta attraversata - senza l'aiuto del ponte - l'isola da' il meglio di se': esposta sull'oceano aperto senza altre terre di fronte ed equipaggiata delle spiagge piu' gradevoli, a nostro parere tra le piu' accattivanti di tutta la costa californiana.
Li ci si accorge di quanto l'Ovest possa essere estremo, e cosi' vicino - solo un'oceano di mezzo! - all'estremo oriente... tutto qui, e il mondo e' gia' finito, bello che circoscritto, e viene voglia di girarlo nell'altro verso, cioe' verticalmente - per cosi' dire - dal polo sud al nord, per vedere se fa la stessa impressione.

San Diego e' la porta sud della California: ad un'ora dal Messico e a poca distanza dall'inizio della Highway 1 - o Pacific Coast Highway - che porta fino in Oregon a cavallo delle scogliere che danno sull'oceano. Strada odiata da alcuni per le temibili curve, osannata da altri come il "must" di ogni viaggiatore. Personalmente non la farei cosa tragica ne' divina: e' semplicemente uno dei modi in cui natura e opera umana collaborano per puro gusto scenografico, e il risultato e' raccomandabile.

sabato 17 agosto 2013

Ritorno in Colorado...

Appena tornati. Gli ultimi giorni sono stati po' di corsa e gli ultimi post arrivano a viaggio concluso.
Brevemente verso le cose piu' importanti: l'ultimo posto visto nel giro Colorado-Utah-Arizona-Colorado e' stata la Mesa Verde, dove gli americani trovano un po' di storia, non loro, ma di chi c'era prima, dei veri 'nativi'. Si tratta di case ricavate in parte dalla roccia, come appoggiate alla montagna e come tetto hanno un arco di caverna.
A proposito di 'nativi', ricordo una discussione di qualche tempo fa in macchina, eravamo accompagnati dalla madre di un compagno di scuola di Giulio. Il fanciullo, innocentemente confuso su chi siano i 'nativi', si sorprende con la madre della presenza di 'altri' nativi oltre a quelli che gli avevano raccontato esseri gli unici, cioe' l'americano venuto dall'Europa. La madre, chiaramente imbarazzata dalla presenza di piu' accezioni di 'nativo' - e dal fatto che qualcuno 'piu' nativo' dell''uomo americano bianco' possa disturbare la facile equivalenza - lascia cadere la cosa. Cosi' una delle piu' importanti discussioni che un futuro adulto statunitense dovrebbe avere con gli adulti e' morta prima di fiorire. E buona notte ad un'altra bella occasione di crescita della coscienza storica. E poi hanno il complesso che la loro storia sia troppo corta, sempre a caccia di tradizioni da costruire per riempire il vuoto; ma non e' un problema di lunghezza, e' la rielaborazione del passato - parte integrante del fare la storia - che a volte sembra mancare...
Sara' il ritorno a Baltimore, ma ormai i fatti del viaggio si intrecciano con altre questioni, con le cose che si hanno di fronte agli occhi tutti i giorni, di quel genere di cose che da queste parti sembrano finite e sono solo sotterrate, e nemmeno troppo in fondo, tanto che ogni tanto ci inciampi sopra.
Lasciata la Mesa Verde, abbiamo passato di nuovo le Rocky Mountains, questa volta verso Est, per tornare a Denver. Rocce nere dalle quali ci si affaccia su laghi e pianure, mentre dalla lunga strada in pianura, prima di superare l'ultima parte della catena montuosa, abbiamo visto un arcobaleno da foto, fatta dalla macchina e venuta bene: con tutta quella varieta' cromatica. Il cartello "Welcome to Colorful Colorado" faceva sul serio.

domenica 4 agosto 2013

la terra degli dei

Come promesso, dopo lunga assenza, eccomi per la parte mancante - sembra un secolo fa.
dopo aver lasciato Moab, verso sud, ben presto si incontra la US-163 detta anche "scenica" perche' passa a destra della Monument Valley, anche se a volte in prospettiva sembra che ci si sbuchi dentro e che quei monumentali cilindri di roccia rossa siano la' ad attenderti sbarrando la strada. Spesso effetti simili si hanno in questi posti dove le misure gigantesche ingannano l'occhio. Si', questa potrebbe essere la terra dove un tempo abitavano giganti, di quelli in cui si racconta nelle mitologie. I Navajo, che sono 'proprietari' della vallata, credono invece che qui dimorino gli dei. In effetti quelle montagne a tetto piatto sembrano fatte a posta per accogliere esseri dall'alto - e chissa' che qualcuno non abbia anche fantasticato su piattaforme per gli alieni... Viene voglia di vedere cosa si vede da lassu', com'e' li' l'aria, come si respira dalla terra degli dei. Il turismo non aiuta questi luoghi, in molti sensi, e i Navajo sono tristemente rassegnati a vendere souvenir e timbrare biglietti d'ingresso. Brutta storia quella che si legge sulle poche righe esposte all'entrata della valle: si tratta di deportazioni e 'rimpatri' di circostanza, insomma un altro tassello della storia di uomini che decidono della sorte di altri uomini. Per non parlare dell'albergo costruito proprio all'entrata, che cerca di camuffarsi tinto di marroncino, come un bunker nel deserto, orribile e pullulante di turisti. Un oggetto collocato a sproposito, fuori posto e blasfemo.
Siamo ripartiti al tramonto, un po' delusi dall'ambiente, proseguendo sulla 163, ormai da un pezzo nel deserto dell'Arizona, dopo Kayenta, svincolo di passaggio, abbiamo dirottato verso ovest, verso Page, sul lago Powell. Prima notte in macchina attraverso il deserto. Se anche si potesse vedere qualcosa, non  ci sarebbe molto da ammirare: dopo la Monument Valley la terra si distende noiosamente e non si vede l'ora di scorgere l'acqua di un lago o del fiume Colorado. Non c'e' una casa per miglia e la strada non e' piu' illuminata, l'effetto e' di una corsia che corre dal nulla verso il nulla, avanti, dietro, di lato. Ci si potrebbe fermare a guardare le stelle, senza una fonte di luce nel raggio di decine di miglia, saranno piu' vive che mai, ma non c'e' nemmeno una corsia d'emergenza e non si sa dove accostare.
A Page si arriva dopo ore e la prima cosa che si vede sono tre ciminiere alte quanto le montagne, abbarbicate su un edificio illuminassimo, che buttano fumo grigio nella notte nera. E' finita la strada del nulla, si rivedono tracce umane, non delle migliori.

Scrivo dalla California, Los Angeles, dove le autostrade/freeway - a proposito di artefatti - nonostante le 7 corsie per carreggiata, non sono preferibili alla via attraverso il deserto.