giovedì 22 dicembre 2011

Christmas Carol

Siamo appena tornati da un giro canterino nel quartiere. Con i bambini in testa e i genitori al traino, siamo passati di porta in porta sfoderando il nostro repertorio di canzoni natalizie e dolcetti da offrire agli spettatori del coro improvvisato. Come il tricks or treats di Halloween, il Christmas Carol e' una simpatica tradizione locale, un modo americano di vivere il quartiere in spirito di festa. I più grandi, o i più professionali, girano per ristoranti cantando senza chiedere una lira, il che e' normalissimo qui, ma venendo dall'Italia si e' sempre un po' sospettosi e la primissima reazione sarebbe dire "no grazie", il che offenderebbe orribilmente i volenterosi coristi...
Devo dire che i bimbi del nostro coretto se la sono cavata benissimo e dopo i primi passi accompagnati hanno poi proseguito praticamente da soli - tranne nell'attraversare la strada. Hanno cantato:

Deck the Halls
Jingle Bells
Away in the Manger
Silent Night
Angels We Have Heard on High
Joy to the World
O Christmas Tree

Io mi sono praticamente astenuto - per la salute delle altrui orecchie - preferendo sorseggiare vino rosso e cider caldo corretto con qualche alcolico che era... ottimo! Pero' ho dato il mio contributo battendo le mani e facendo foto. Buon Christmas carol a tutti! Perché' non provare anche nei quartieri romani? Magari esce fuori qualcosa di carino... se qualcuno apre la porta... e non getta uova... ma il rischio fa parte dell'avventura!

venerdì 16 dicembre 2011

A passo di tartaruga attraverso il '900...

Semestre finito... finalmente! Ovvero: consegnati i voti dei ragazzi è ormai tempo di riflessione, studio e scrittura.
A dire il vero dovrei in fretta cominciare a scrivere qualcosa sui letterati della Controriforma, ma per ora mi attardo sul '900: da qualche settimana sto mettendo insieme e organizzando il materiale per un corso semestrale su Roma ritratta da artisti e letterati lungo lo scorso secolo. E' un'idea saltata fuori tempo fa con un professore di Hopkins e il tutto non è ancora concluso... perché? Varie ragioni, nessuna grave, ma non tutte pertinenti alla materia. Diciamo che tra le più nobili c'è quella di scoprire ad ogni passo un autore che vale almeno la pena assaggiare - se non divorare - e l'assaggio di decine di testi richiede un certo tempo. Così, girovagando nella letteratura del '900 si scoprono autori 'minori', come Guido Piovene, o opere non troppo diffuse, come Benedetti Italiani di Curzio Malaparte: roba gustosa condita con ironia o quella giusta dose di leggerezza che spesso l'assaggio diventa pasto... e altro tempo che se ne va. Dare forma ad un corso sulla Capitale diventa un'impresa dai controni che si estendono molto... troppo ... se non si è lì pronti a tirare le redini alle proprie letture.
A volte guardo con invidia il curriculum di qualche collega che in un semestre accumula grants, pubblicazioni, corsi, conferenze... e mi chiedo come si possa fare tutto ciò contemporaneamente e con cura. Boh! Va a finire che più che rana, mi ritroverò tartaruga d'acqua.
Ecco, altro tempo andato: torno a rimettere insieme i pezzi di '900 sparpagliati sulla scrivania.

sabato 19 novembre 2011

Fare la rana in America

Appena sbarcato nell'università americana, mi è stato detto "dobbiamo ibridizzarti"... 'ho santo cielo! - ho pensato - questi con gli esperimenti non hanno mai scherzato: guardo se proprio io devo essere il prossimo!' Così è iniziato il mio percorso per diventare da mammifero ad anfibio: una rana o qualcosa di simile. E' già, perché a chi vuole lavorare nell'italianistica - e viene dall'Italia e quindi da un'altra formazione - si chiede di tenere il classico piede in due staffe (prima o poi devo fare un corso per gli undergruades sugli idioms italiani) o - come mi è stato detto - di vivere intellettualmente, prima ancora che fisicamente, in due ambienti culturali diversi... molto diversi: l'Italia e l'America. Qualche esempio? Nel fantastisco mondo americano della ricerca umanistica, la filologia - che nell'ambiente italiano è considerata la Regina delle scienze - è declassata a Cenerentola, in attesa di un improbabile Principe Azzurro (chi s'accatterebbe l'ultima ruota di un carro che l'ha già persa?). Viceversa, qui ha spopolato la scuola di Derrida - decostruzionismo ed affini - che ha raccolto studiosi e poi interi College tra le sue fila, dagli anni '80 in poi. Paul De Man e la cosiddetta Scuola di Yale hanno ipnotizzato l'occhio americano che spesso non sa più guardare altro e tutto gli sembra insensato, tranne il decostruzionismo che, ironia della sorte, dichiara programmaticamente l'assenza di un senso e di una verità del testo. Lo so: sta diventando un po' complicato, ma non so come altro dirlo. Per capire meglio bisognerebbe mettersi a leggere libri del tipo Allegories of Reading (Paul De Man); The Critcal Difference, A World of Difference (Barbara Johnson) e titoli simili; roba da strizzacervelli, altro che i manuali di ecdotica! Ma il segreto qui è non buttare e non rifiutare nulla: accettare di vivere di qua e di là. Una vita da rana, come dicevo, che ha del divertente.

martedì 15 novembre 2011

quattro chiacchere serali a Hopkins

Qunado le persone hanno orali e luoghi in comune è inevitabile che si incontrino e così accade questo semestre ad un romano un siciliano e uno spagnolo: siamo tre colleghi che senza darsi nessun tipo di appuntamento si ritrovano nel laborario informatico di Gilman Hall - l'edificio con campanile al centro del Campus che è apparso in almeno un paio di film negli ultimi anni. ognuno è là per affari suoi, ma inevitabilmente sempre più l'attenzione si distoglie dai computer e si concentra su un qualsiasi discorso comune. Si comincia e spesso si finisce sullo scherzo, ma in mezzo si dicono anche tante cose serie. Ed ecco che saltano fuori gli argomenti più vari, di fine giornata, quando si ha più voglia del gossip che della lecture, spesso in italiano - visto che il collega spagnolo lo parla molto bene. Visto dal di fuori, ciò che fa più impressione è l'intersecarsi delle biografie di persone che vengono da realtà diverse e che lanciano le proprie esperienze sul tavolo comune. A volte ho l'impressione che l'America offra oggi ciò che l'Europa offriva molto di più nel Medioevo: l'Università come luogo di incontro tra estranei/stranieri. Il campus è un territorio franco o, di più, una momentanea patria comune: nessuno è escluso nella misura in cui porta sempre con sé la volontà di confrontarsi come documento d'identità.

venerdì 11 novembre 2011

Oggi a tavola con Dante

Oggi i mie cari undergraduates hanno sudato molto... sulle pagine dell'Inferno. Oggi la nostra lezione si e' svolta intorno ad un tavolo - siamo in tutto 11: miracoli di JHU! C'e' voluto un po' per crearne uno come dicevo io - semplicemente rettangolare senza 'buchi' al centro - ma alla fine ce l'abbiamo fatta: abbiamo sconvolto il tradizionale assetto strutturale della classe per provare se viene meglio leggere uno accanto all'altro, e la cosa devo dire che funziona - fosse solo per il fatto che li ho tutti piu' sott'occhio. Bene. Oggi, Dante, canto V: il tragico destino della passionale coppia Paolo e Francesca... un plot da "harmony", se letto troppo in fretta, o un meraviglioso racconto nel racconto in versi da vertigine... linguistica - e d'altronde sempre un corso di italiano e'! - se si ha un po' di pazienza.
La nostra armata si e' dunque cimentata con l'endecasillabo dantesco, alla ricerca di soggetti, verbi e complementi nella sintassi che tesse la storia dei due lussuriosi - e gli studenti continuano ad essere un po' timidi sull'argomento, per quanto sia continuamente presentato dal punto di vista letterario. Alla fine qualcosa ne e' uscito: intravedevo nei loro sguardi qualcosa di partecipativo alle vicende dantesche e alla fine uno di loro esclama, sinceramente - ormai li conosco, i miei cari ragazzi - "gia' finita la lezione?": credo non sia male dopo una lezione su un testo scritto 700 anni fa e letto da chi di Alighieri conosce solo il nome, o poco piu'.

giovedì 13 ottobre 2011

Vertigini linguistiche...di altro tipo

Ormai è chiaro: tra gli studenti americani e la grammatica c'è la distanza che intercorre tra America ed Europa... un oceano. E non parlo solo della grammatica italiana...
I motivi sono vari - di ordine storico, di struttura del sistema educativo, di priorità pedagogiche nel sistema scolastico dalla culla in poi e altro - ma ciò che è più succoso sta negli effetti: cercare di spiegare la differenza tra un pronome e un aggettivo possessivo è come pretendere che un cieco dalla nascita comprenda i colori - per usare una nota metafora di Fichte. A seguitto di ciò, credo che il coraggio dimostrato dagli undergraduates nell'affrontare lo studio dell'italiano sia gigantesco. Per quanto si voglia evitare lo scoglio duro, prima o poi ci si deve scontrare con il mostro "analisi logica e grammaticale" e queste Scilla e Cariddi dell'intrepido studente viaggiatore sono sempre in agguato per far naufragare il vascello - e Grade - sul quale poggia per esplorare il fantastico mondo delle lingue romanze. Nella lingua italiana ci sono cose arcane, 'oggetti' che incutono timore e reverenza, provenienti da un mondo alieno, che lo studente impara presto a riconoscere e ad evitare, finché è possibile. La strana forma del verbo "piacere": si chiedono dove sia il soggetto nella frase "gli piacciono gli spaghetti"; L'inconcepibile modo verbale congiuntivo: è possibile che per esortare qualcuno a fare qualcosa non si possa usare un "modo normale"?! L'abiguità del possessivo: perché non posso dire "La mio penna" se il soggetto è un uomo? E ancora: per quale diavolo di motivo l'italiano deve usare i riflessivi - considerando l'impaccio che portano con sé in termini di pronomi? Perché bisogna usare la congiunzione "che" per connettere una principale e una subordinata... si capisce che sono unite: stanno una dopo l'altra! Ecc., ecc., ecc. Per i coraggiosissimi studenti di intaliano è un viaggio duro e periglioso... e allora penso a quando sbarcheranno in Italia: altro che Scilla e Cariddi.

martedì 11 ottobre 2011

vertigini linguistiche

Chi cerca trova...anche nella lingua; scavando scavando, infatti, si trovano le bizzarre origini di termini e espressioni più e meno comuni. Si scopre, ad esempio, che meat nel Medioevo significava cavolo - e vegetali simili - più tardi indicò un piatto completo - "americano" come dice Giulio, differente dal "primo" e "secondo" italiano - e solo alla fine divenne carne. Si scopre che handsome è stato parente di tall - come a dire il nostro "altezza mezza bellezza" - e che indicava anche 'qualcosa di maneggevole' - come dire che la bellezza è nella funzionalità, o nella praticità. Per non parlare delle più alte sfere del sacro, dove scopriamo che gospel è letteralmente la parola magica di Dio, la parola sacra ed arcana, che compie miracoli ed è in un certo senso proprio un God's Spell. Non vi dico altro, per non levarvi il gusto della sorpresa; chi è interessato può rivolgersi a due fonti succose:
W. Funk, Word Origin. A Classic Exploration of Words and Language
S. Steinmetz, Semantic Antics. How and Why Words Change Meaning  

venerdì 7 ottobre 2011

E' una persecuzione!

Tutto cominciò... praticamente dall'inizio! E da allora vivo nel timore che ogni giorno si verifichi di nuovo... a volte accade, altre no... ma è sempre lì dietro l'angolo... Chi? Ma il Nano B. naturalmente!
Ormai vivo nel terrore che alla fine della lezione uno dei miei studenti di Hopkins si avvicini silenzioso, con quel sorrisino che sanno fare solo loro - discreto, ma insinuante - e con la vocetta che non vuole farsi udire troppo, ma nemmeno troppo poco, mi faccia la domanda che nessun iinsegnante di cultura italiana vorrebbe sentirsi fare: "What is he (Nano B.) doing now?". Cominciò tutto l'anno scorso quando uno studente, intelligente e curioso, mi chiese "Posso fare una domanda?" mentre stavo raccogliendo le mie cose per far posto alla prossima lezione, "Sure!"... "What is Bunga Bunga?!"........ AHAHAHAH! Mi cadde tutto dalle mani... e qualche capello dalla testa, balbettai qualcosa che nemmeno ricordo ... dissi, quasi scusandomi, che non era un tema degno di attenzione, che l'Italia non sta passando uno dei momenti più floridi della propria storia e che, insomma, era meglio dedicarsi ai compiti per la lezione succcessiva. Oggi come, un anno fa, l'oggetto del mio terrore si è di nuovo materializzato occupando illecitamente la mia classe: una ragazza silenziosa e studiosa, che parla poco, ma quando lo fa è sempre precisa e opportuna, dopo un mio breve commento sulla qualità della TV italiana di oggi - mannaggia a quando me la sono tirata addosso! - pronuncia  il nome dell'Innominabile - a proposito: è già legge l'oscuramento del web per diffamazione? - ricordandomi che il Nano è sempre in agguato. Tutti lo conoscono e sono al corrente in diretta di tutte le magagne e battute di cattivo gusto che va diffondendo, e sono lì pronti a chiederti conto di questa Italia, con il loro sorrisino che è un misto di "voglio il gossip, sono cavoli vostri, tanto sta dall'altra parte dell'oceano, anche noi avevamo un B. - per due volte di seguito - ma non siamo così idioti da tenercelo per un ventennio - e lasciamo perdere facili analogie storiche ". Il Nano B. infetta i mie corsi come la peste l'Europa del '300, solo che qui l'unica vittima sono io ... aiuto!
http://www.cnn.com/video/#/video/world/2011/09/20/chance-italy-berlusconi-mos.cnn

venerdì 19 agosto 2011

Un anno d'America!

Ho deciso di dedicare il Primo di Agosto al patrono pagano protettore dei viaggiatori: Ulisse. Il Primo di Agosto di un anno fa siamo arrivati a Baltimore dopo un viaggio più lungo del previsto, a causa di una notte passata in un hotel - fortunatamente pagato e bellissimo - per una coincidenza di volo persa. E' dunque tempo di anniversario... e di consuntivi. Dopo un anno di US ho imparato ciò che segue:

1. Se non vuoi rimanere deluso, non chiedere all'America ciò che essa non ti può dare: profondità di pensiero e capacità di analisi, un bagno grande e una casa solida, aria condizionata bassa, una macchina col cambio manuale, un cibo sano a portata di passeggiata.
Chiedile piuttosto ciò che ha in abbondanza: spazio e natura, le metropoli più elettrizzanti, cortesia, disponibilità alla comunicazione, sorrisi, complimenti, gente da tutto il mondo, benzina a basso prezzo, le università migliori del mondo, la varietà negli stili di vita, il pollo fritto in tutte le salse - se ti piace -, scoiattoli e racoon, zanzariere, lo yard sale d'estate.
2. Il 'mito americano' non è del tutto vero... ma c'è un'innegabile differenza rispetto all'Europa.
3. Si può camminare in un centro città senza morire di smog e sentendo la brezza del mare.
4. Non si può morire senza aver dato uno sguardo al fiume Hudson da Manhattan.
5. Si può morire senza aver visto Ocean City
6. E' meglio morire senza aver attraversato West Baltimore.
7. Milioni di persone possono rimuovere il nesso tra una dieta sana e la buona salute... e qualcuno ti può dire che nei peggiori fast food si trova il "real food".
8. Un professore universitario può essere cordiale e amichevole... e senza chiederti nulla in cambio.
9. Puoi avere legalmente centinaia di libri della biblioteca contemporaneamente a casa e tenerli per mesi... per poi riportarli tutti insieme con il carrello della spesa.
10. Puoi avere le balene dell'Atlantico a pochi metri da te... vive e saltellanti.

11. Non è oro tutto quel che luccica, anche nei Campus Universitari migliori.
12. lo studente americano può usare la ciabatta da mare per 11 mesi all'anno.
13. Puoi sposarti con la stessa ciabatta sotto ad un classicissimo vestito bianco - è successo al centro di Boston pochi giorni fa.
14. Ogni tanto bisogna fermarsi... guardarsi dentro, intorno, sopra... tirare un profondo respiro... tapparsi le orecchie e accettare le sfide che altri nemmeno prendono in considerazione. 
15. Non vale la pena di accontentarsi.

domenica 24 luglio 2011

Fatti non foste a viver come bruti...

"Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Ogni viaggiatore in cuor suo ha sempre saputo che l'Ulisse di Dante ha dannatamente ragione. Egli è il patrono pagano - se mai se ne può pensate uno - di tutti coloro che credono nell'imprescindibile valore dell'esperienza dell'"altro" per divenire esseri umani. L'undergraduate americano di solito studia l'italiano per incontrare Dante e il suo Ulisse. C'è qui qualcosa di non casuale. Ulisse fits very well con il DNA statunitense. Gli studenti lo sentono, senza esserne necessariamente coscienti, nella misura in cui tutti loro hanno delle storie di traversate oceaniche nelle loro famiglie. l'Ulisse dantesco è l'unico personaggio del poema diciamo... centrifugo, che tenta di attraversare l'Atlantico, che cerca il diverso, che non insiste sulle stesse esperienze, un Don Giovanni della conoscenza, che non si accontenta mai, che desidera sempre altro, che va oltre Circe, le sirene, le colonne, oltre e ancora oltre, preso da una febbre che aumenta con l'andare avanti. Non l'avete mai provata? Beh... comincia col non riuscire a saziarsi di quello che sta intorno e continua con la voglia di ascolare cosa succede dai quattro angoli del mondo e poi continua volendo andarci in quei quattro lontani angoli della terra e quando si approda in uno di quelli, già si desidera l'altro... - mi sa che è l'effetto di un'altra tropicale notte nella Gleaming City... ma non del tutto.
Quando si comincia a muoversi non è così facile fermarsi e la febbre del viaggiatore è più un virus permanente che un malanno passeggero. Anche perché l'andare oltre le proprie Colonne d'Ercole implica l'estraneazione, il non riconoscersi più in ciò che si era e tornare indietro non annulla l'alienazione: dopo le Colonne si muore per il consueto e si vive per il diverso.
Quando ascolto le storie degli statunitensi, viaggio attraverso i due ultimi secoli con personaggi che erano giganti figli di tempi dove per venire qui si passavano rischi inimmaginabili. Alcuni arrivavano altri no. Il low cost con la british airways - o chi per essa - ancora non esisteva, e la traversata poteva finire come il viaggio dell'Ulisse dantesco, eppure - come l'Ulisse - lo si faceva. Ora non si rischia pìù tanto, si può tornare indietro con un volo qualsiasi, ma rimane l'archetipo odisseico di chi non può fare a meno di andare oltre, assecondando la febbre del conoscere ciò che ancora non si è visto.
Molti studenti dei corsi di italiano li seguoni per riscoprire le proprie memorie familiari. Cominciano con una vaga ed imprecidìsa idea della cultura italica - qualche nome come Michelangelo o Zeffirelli, qualche parola spesso in dialetto - e man mano ritrovano ciò che i loro nonni odisseici avevano tentato a tutti i costi di lasciare. Per ironia della sorte - e ancora sotto il patronato di Ulisse - il viaggio alla scoperta dell'altro riparte dai nipoti, alla ricerca del punto di partenza. E magari alcuni attraversano l'ocenao in senso inverso, per una estate in Italia, e allora li prende la febbre del viaggiatore... Mesi fa ho scritto una lettera per sostenere la candidatura di una mia studentessa ad un programma di studio in Toscana: è stata accettata ed è già partita... spesso comicia così, con una partenza di qualche mese e poi diventa l'irresistibile attrazione verso l'inusuale, ciò che è oltre il nostro orizzonte abituale.
Mi farò raccontare delle Colonne d'Ercole e dei mostri dei mari e delle terre ignote al di là degli States.

lunedì 18 luglio 2011

Sogno di una notte baltimorense

Sono le 3am circa e le uniche creature che hanno voglia di agitarsi sono le cicale del bosco di fronte; per il resto del mondo, il clima non fa dormire e non fa stare svegli: non rimane che sognare. Credo che sia accaduto proprio questo ad Allen Ginsberg quando scrisse nel suo Howl "...who thought they were only mad when Baltimore gleamed in supernatural ecstasy..."; buttò così la città in un testo giudicato da  molti incomprensibile - e dai più bigotti immorale - e a pensarci bene ci vuole un bel coraggio a dire che The Wire is gleaming... e come mi disse qualcuno "it takes time" per arrivare ad amarla. Una città dove viaggiando in macchina ad un tratto ti ritrovi nei più sfatti sobborghi delle peggiori periferie delle metropoli africane o sudamericane, solo che sono a pochi blocks da splendidi quartieri ornati di fiori e laghetti artificiali. Nei sobborghi la supernatural ectasy c'è, non so se del tipo che pensava Ginsberg, in ogni caso di origine diciamo... artificiale. Ce ne vuole di creatività per scrivere sulle panchine agli angoli delle strade che Balty è la più bella città d'America. Qualsiasi fantasia propagandistica ha un limite. Guardandola in faccia, questa città è complicata, lenta, un prodotto del profondo South, o dei suoi venti infernali, le coppie miste - bianche/afroamericane - si contano sulle dita di una mano - dopo un anno di permanenza. In questa città ci sono rancori che non si possono narrare, custoditi  nella terra, negli alberi antichi ed alti che stanno a guardia di parchi e boschi, nel sangue della gente. Baltimore è ancora South per la cortesia di cui si vantano i suoi abitanti: raramente chi si incrocia sulla strada non saluta, sorride e chiede come va; all'inizio è quasi invadente, poi si partecipa e infine ci si prende gusto. E' uno dei modi con cui Baltimore cerca di lavare l'odio tra le etnie, è un continuo commovente tentativo di riscatto, e non accettarlo è un insulto all'umanità di questo posto. E di umanità - libera e schiava - qui ne è passata molta. Spesso dimentico che Baltimore è, innanzitutto, il suo Inner Harbor, dove la città si sdraia comodamente lungo la baia, per miglia e miglia. Decadi fa il porto era un inferno di povertà e ratti, ora è luogo di divertimenti, quartieri di lusso, gite in barca e un magnifico posto da cui ammirare i fuochi d'artificio del 4 luglio. Erano lanciati da una barca nel mezzo della baia; li abbiamo visti da un lato a sud, circondati da edifici grandi e vuoti, vecchie fabbriche - alcune ancora funzionanti altre ormai fantasmi di se stesse -  e gigantesche navi commerciali con strutture alte come montagne: una giungla di metallo tra il cielo e il mare, uno spettacolo mai visto prima. A nord della città si dimentica il mare perché catturati dal verde, estesissimo, di cui non posso più fare a meno, che preanuncia ciò che c'è dietro la costa est, dietro tutte le grandi città affacciate sull'Atlantico: gli spazi verso il centro degli States, un centro che si raggiunge dopo ore di aereo... Il verde, le cicale indaffarate, gli scoiattoli distratti e velocissimi, i conigli immobili sui prati, le gigantesche chiome d'albero, le nuvole alte di questi giorni, i fulmini che illuminano a giorno aprendo il cielo a metà durante le tempeste estive, tutto questo ricorda che qui siamo ospitati da una natura potentissima che si scatena e danza da un lato all'altro del continente, e che sfiora le nostre teste e passa oltre. It takes time... Buona notte dalla Gleaming City.

lunedì 11 luglio 2011

Moving e altro nella tropicale Baltimore

The Wire in questi giorni sta dando il meglio di sé: piogge torrenziali, lambi che illuminano a giorno e alberi che abbattono case: un nostro ex-vicino dalla sera alla mattina si è ritrovato con il pino sdraiato nel front yard... la chioma sfiorava il porch di casa e se fosse capitato nel bel mezzo del tetto - considerando i materiale con cui si costruiscono le case in mezza America - se lo sarebbero ritrovato come compagno di colazione.
In questo andare e venire di tempeste monsoniche, i vostri cronisti preferiti hanno traslocato da un appartamento all'altro, acquistato una macchina da una famiglia israeliana - dopo lunghe trattative sul prezzo e tour dei meccanici della città - e presa una mezza patente del Maryland. Ma andiamo in ordine... Appartamento: stufi di problemi vari e del casino che il landlord faceva dal basement al secondo piano, qualche mese fa abbiamo deciso di metterci alla ricerca di altro, e abbiamo trovato qualcosa di buono ad un passo dalla JHU - quindi niente più shuttle per arrivare al campus! Il nuovo apt. è decisamente luminoso, con balconcino e vista sul verde di Linkwood... senza doimenticare che è a pochi metri dal playground preferito di Giulio. Grazie a degli amici, il trasloco è stato fatto nel migliore dei modi: come al solito, si pensa di non avere niente da spostare e poi la cosa prende giorni e giorni, ma tanto qui tutti traslocano in continuazione e ci si abitua presto alla fatica da fare: in città è routine di ogni anno. Qui entra in gioco il nostro Drondron - americanizzazione  di 'Ndrondrone, come si dice in qualche angolo della Sabina - che è statto strategicamente acquistato prima del trasloco. Si tratta di una Kia minivan dove, con pazienza e metodo, entra di tutto. Quando la perizia di Andrea nella dispposizione dei mobili nella Kia ha raggiunto il suo apice, l'evento è stato immortalato da storica picture, a memoria futura.
Qui le macchine di comprano e vendono con relativa velocità, dato che è pratica frequentissima, più o meno come accade con il moving da un apt. all'altro. La sorpresa è soprattutto nella questione targa: essa non è legata alla macchina e dunque ciascuno si porta dietro la propria targa che di volta in volta stacca e attacca dall'auto vecchia alla nuova; ma quando si prende per la prima volta una targa - che vuol dire la prima macchina - l'emozione è tanta: almeno così è stato per noi. la targa è... proprio americana! E di volta in volta cambia per colore o disegno, come dire: è un oggetto quasi-artistico. La nostra, come quella di altri, ha tanto di american flag e fuochi d'artificio; qualcun altro la chiede personalizzata: con il proprio nome o il nome di una istituzione, o immagine particolare... Si tratta di una eccentrica manifestazione della Libertà e va accettata se non altro come evento folkloristico. In questi fenomeni sono alcune delle chiavi di lettura di questo strano posto e se si rifiutano con sprezzante distanza non si va lontano nella conoscenza di questo paese... meglio tuffarcisi e goderseli in tutta la loro stravaganza. E buona America a tutti!

venerdì 17 giugno 2011

Il coraggio di muoversi

La vita è moto - diceva qualcuno nell'antichità - e l'anima muove il corpo dove essa vuole andare.
Questa sentenza lontana - nello spazio e nel tempo - mi ricorda ciò che sento e leggo sempre più spesso dall'Italia da fonti più o meno dirette, spesso sui quotidiani, più o meno condensabile nella formula: "Per restare ci vuole coraggio!". Temendo che si crei la sindrome nazionale dell'eroe in patria, una specie di "Luigi delle Bicocche" - che rimane comunque una delle canzoni che preferisco - ho pensato di dare una voce dall' "altro mondo", come antidoto alla sindrome sopradetta. Anche perché, chi è uscito dall'Italia ha un'idea di cosa vuol dire rimanere, chi è rimasto non sa assolutamente nulla di cosa vuol dire uscire per vivere e lavorare fuori dal proprio paese e ancor di più dall'Europa. Bene, cerco di darvi un'idea. Quando si è a casa propria, si è circondati da tutto ciò che impercettibilmente ci sostiene in ogni istante: dalla nonna che ci va a prendere il figlio a scuola, alla lingua madre che non rappresenta un problema comunicativo - anche se per alcune fasce di popolazione a dire il vero comincia ad esserlo! - dal lavoro trovato con l'aiuto del parente o dell'amico del parente alla macchina regalata o prestata dallo stesso parente; senza contare, oltre agli aiuti economici/materiali, il sostegno psicologico-emotivo che si respira nell'ambiente natio - tranne poi pagarlo con lo stress... ma questa è un'altra storia. Aggiungeteci tutto quello che ometto per brevità e che fa parte della stessa categoria di fattori. Quando si è all'estero, per un motivo diverso dalla vacanza di riposo, tutto quel mondo ricco di salvaggenti e appigli d'un tratto scopare. E si è catapultati nel mondo del "fai da te", ma il manuale delle istruzioni non te lo dà nessuno: praticamente te lo devi scrivere strada facendo. E così un tunnel immaginario ti porta dall'Essere al Non-essere, dal Tutto al Nulla, dalla pianura alla parete di roccia. Arrivati a destinazione, nulla è più scontato, tutto è nuovo e imprevisto, tutto costa più di quanto si pagherebbe in patria - intendo sia in termini monetari che emotivi e di tempo. Si è costantemente impegnati in un esercizio di osservazione e comprensione e nulla è più automatico come prima. Ecco: si perdono i passi che da sempre facciamo senza nemmeno rifletterci, come se dall'oggi al domani prima di scendere dal letto dovessimo pensare a quale piede conviene poggiare per primo e quali sono le conseguenze del poggiare prima l'uno o l'altro... vi immaginate che mal di testa! I visi hanno altre espressioni e bisogna imparare a decodificarle; perché la lingua, comunque straniera, è solo uno dei personaggi in ballo sulla scena comunicativa - e comincio anche a dubitare che sia un protagonista. Ecco, ora chi crede che ci voglia coraggio a rimanere, si faccia due conti riguardo alla forza titanica che ci vuole ad andarsene. E allora, perché farlo? Oh! questo richiederebbe un ben più lungo Post. Provare per credere.
Vogliamo mettere sul piatto della bilancia quanto coraggio c'è da un lato e quanto dall'altro? Non è il caso, finiamola patta. Chi rimane, accanto al coraggio ha le virtù del saper sopportare, del tollerare l'assuefazione alla quotidiana realtà, della mansuetudine - quest'ultima in particolare non sono mai riuscito a svilupparla. Ma c'è da dire che chi rimane corre il pericolo di ritrovarsi con un livello eccessivo di tolleranza nel sangue e di non riuscire più a vedere ciò che ha intorno perché ci sta dentro fino al collo. A pensarci bene anche per rimanere ci vuole una forza titanica, quella di Atlante... sperando che prima o poi giunga un Ercole di buona volontà.

lunedì 13 giugno 2011

Philly today

Siamo appena tornati da una bella giornata a Philadelphia; quella che a Roma si direbbe una "gita fuori porta": un paio di ore di andata e un paio di ritorno sulla I-95 che collega alcune delle maggiori città della East Coast. L'accesso alla città dei Quakers è facile e la gran quantità di parcheggi permette di trovare un posto a buon prezzo per tutta la giornata a pochi passi dal centro. La città è in piano circondata da pianure, tanto che dal 37simo piano di un grattacelo centrale non si vedono che flat fields: insomma la natura intorno non dà molte emozioni, ma in compenso la città sembra vivace, attraversabile a piedi in modo confortevole - e non è poco qui! - e tutto sommato piena di spunti culturali, che per motivi di tempo oggi non siamo riusciti a cogliere.. restano per la prossima volta.
Oggi l'abbiamo vissuta in compagnia di amici: Andrea, con il quale abbiamo attraversato Maryland, Delaware, Pennsylvania e il lungo ponte che unisce le due sponde del Susquehanna River, che qui è un piccolo fiume, ma comunque fa la sua figura... soprattutto quando ci sei in mezzo; Gabriele e Heidi provenienti da NYC e prima ancora da Roma, con i quali ci siamo dati un appuntamento a metà strada tra Baltimore e la Grande Mela. La meta principale della giornata è stata, ovviamente, la scalinata di Rocky Balboa, coraggiosamente fatta di corsa dai novelli sposi per ben due volte di corsa - visto che la prima volta ho dimenticato di riprendere l'evento memorabile - con sottofondo canoro di Andrea e Monica (quasi) all'unisono. Devo dire che lasciarli per tornare a Baltimore mi ha messo il magone: gli incontri oltreoceano sono più densi, perché sono più radi, perché le persone che si incontrano spesso stanno ripartendo per qualche altro posto, perché gli scambi umani qui sono una merce preziosa e le amicizie si sentono più intensamente.
Tornati a Baltimore, Giulio ha perso il suo primo dentino, che ha dondollato vertiginosamente per tutta la giornata... Philly è stata di buon auspicio per visita di questa notte della tooth fairy.
Per le foto rivolgetevi a Facebook.

Dimenticavo! Chiunque voglia leggere le puntate precedenti delle UStories deve andare al vecchio sito di questo blog:
http://katinis-ustories.blogspot.com/2010_07_24_archive.html

domenica 12 giugno 2011

Again!

Rieccoci!! E' una giornata di pioggia tropicale qui a Baltimore: il  momento giusto per ricominciare a scrivere dopo lunghi mesi di assenza. Siamo nel pieno dei cambiamenti: cambio di appartamento, fine del primo anno (fra un po' è l'anniversario del nostro sbarco e dovremo festeggiare in qualche modo! ... già quasi un anno... mi viene quasi il magone...). Scrivere è un'abitudine/vizio che si prende con la stessa velocità con cui si perde, ma rimane sempre un pensiero rivolto alla pagina, anche quando non si tocca foglio per mesi: come a dire "sto per farlo... ma ci sono cose più importanti da concludere prima", e poi non si scrive per giorni, settimane, mesi.
 C'è sempre qualcosa di più urgente: ci sono tutte le incombenze che la daily life ti scaraventa addosso. ... Ma come diavolo si fa a ripescare un po' di sano otium quando il mondo ti urge intorno! Eppure scrivere ha un'azione balsamica insostituibile: riscioglie il sangue nelle vene e la vita scivola meglio, il mondo si ramifica di significati imprevisti e... eccolo di nuovo come lo scenario di tutte le rappresentazioni possibili: denso, complesso, ricco di energia muoversi difronte agli occhi ... La scrittura aiuta lo spettaccolo - "il consueto inganno" diceva qualcuno dalle Cinque Terre. "Significo dunque sono" mi sembra tutto sommato più appropriato di quello scialbo "cogito" che potrebbe essere tutto e niente. Comunque sia, rieccoci! E a presto