Ormai è chiaro: tra gli studenti americani e la grammatica c'è la distanza che intercorre tra America ed Europa... un oceano. E non parlo solo della grammatica italiana...
I motivi sono vari - di ordine storico, di struttura del sistema educativo, di priorità pedagogiche nel sistema scolastico dalla culla in poi e altro - ma ciò che è più succoso sta negli effetti: cercare di spiegare la differenza tra un pronome e un aggettivo possessivo è come pretendere che un cieco dalla nascita comprenda i colori - per usare una nota metafora di Fichte. A seguitto di ciò, credo che il coraggio dimostrato dagli undergraduates nell'affrontare lo studio dell'italiano sia gigantesco. Per quanto si voglia evitare lo scoglio duro, prima o poi ci si deve scontrare con il mostro "analisi logica e grammaticale" e queste Scilla e Cariddi dell'intrepido studente viaggiatore sono sempre in agguato per far naufragare il vascello - e Grade - sul quale poggia per esplorare il fantastico mondo delle lingue romanze. Nella lingua italiana ci sono cose arcane, 'oggetti' che incutono timore e reverenza, provenienti da un mondo alieno, che lo studente impara presto a riconoscere e ad evitare, finché è possibile. La strana forma del verbo "piacere": si chiedono dove sia il soggetto nella frase "gli piacciono gli spaghetti"; L'inconcepibile modo verbale congiuntivo: è possibile che per esortare qualcuno a fare qualcosa non si possa usare un "modo normale"?! L'abiguità del possessivo: perché non posso dire "La mio penna" se il soggetto è un uomo? E ancora: per quale diavolo di motivo l'italiano deve usare i riflessivi - considerando l'impaccio che portano con sé in termini di pronomi? Perché bisogna usare la congiunzione "che" per connettere una principale e una subordinata... si capisce che sono unite: stanno una dopo l'altra! Ecc., ecc., ecc. Per i coraggiosissimi studenti di intaliano è un viaggio duro e periglioso... e allora penso a quando sbarcheranno in Italia: altro che Scilla e Cariddi.
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