mercoledì 22 agosto 2012

traslochi

Questa e' l'estate dei traslochi e delle partenze. Qui abbiamo totalizzato un trasloco da Roma - il secondo dallo stesso appartamento di 2 anni fa - con carico da inviare in US. Intanto avevamo lasciato in sospeso il trasloco baltimorense da un appartamento all'altro, in altri termini la nostra roba era sparsa da amici e conoscenti in città in attesa del nostro ritorno per essere infine messa nella nuova casa - cosa avvenuta nei giorni scorsi. Sul fronte partenze... beh devo dire che parecchi partono per altri lidi: Qiqi, la storica amica con la quale Giulio aveva condiviso i primi anni di scuola e le prime difficoltà linguistiche, se ne va definitivamente a Chicago, mentre l'unico bambino del palazzo dove siamo si trasferisce con la famiglia ad Atlanta, in Georgia, e i nostri amici siciliani sono li' li' per andare in Delaware. Ho provato a dire a Giulio che sono tutti posti in fondo vicini, tutti in US, ma per fortuna si e' rifiutato di dare un'occhiata alle distanze sulla cartina geografica: credo che avrebbe avuto una chiara immagine dell'esatto contrario - tranne forse per il Delaware, che in effetti rispetto alle altre destinazioni sembra dietro l'angolo. Intanto qui abbiamo finito di spacchettare e attendiamo pochi altri pacchetti dall'Italia. Dovra' arrivare qualche CD di musica e qualche libro. Abbiamo deciso che valeva la pena  portarsi dall'altra parte dell'oceano la nostra collezione di opere liriche: in fondo sono un pezzo d'anima pure quelle e lasciarle indietro non aiuta a ricomporre i frammenti. E poi ci sono dei libri - come al solito. C'e' n'e' uno che mi e' particolarmente mancato in questi mesi: la racconta dei frammenti e testimonianze dei presocratici curata da Giannantoni. Un testo che non ho esitato ad usare nemmeno per i corsi liceali, fotocopiandolo per i miei sfortunati studenti che si sono trovati di fronte ai versi di Parmenide, gli enigmi di Eraclito e la retorica di Gorgia, senza che nessun programma ministeriale lo richiedesse, ma semplicemente perché la pensavo - e continuo a pensarla - come Giorgio Colli, ovvero che li' si trovi buona parte dell'essenziale filosofico espresso negli ultimi millenni con cui e' necessario fare i conti nel proprio percorso verso la vita adulta. Si tratta del valori educativo delle idee, quelle strane presenze invisibili che attraversano lo spazio e il tempo senza farsi notare, finche' non esplodono nell'animo di un popolo o di una persona e voltano le pagine della storia collettiva o individuale. In fondo e' per un mucchietto di idee che ora sono qui piuttosto che sulle sponde del Mediterraneo. Sono un po' come le nuvole, non gli dai peso quando sono sparse, poi all'improvviso si addensano fino a farti precipitare la pioggia in testa, a quel punto ti sposti, magari per evitare i fulmini, di qualche passo... o di migliaia di chilometri.

martedì 7 agosto 2012

partire e' un po' morire

E' una frase banale, ma tutto sommato vera. Cosi' vera, almeno per il linguaggio dell'anima, che nell' affascinante simbologia creata da Jung potrebbe far parte della più larga allegoria del viaggio come immagine della vita. Più si allontana il momento della partenza da Roma, più mi accorgo che tutto cio' e' soprattutto un fatto dell'anima; voglio dire una questione allegorica. A conti fatti, e materialisticamente parlando, si tratta di quattro valige da mettere insieme e molta fatica per organizzare un viaggio che non e' una vacanza di qualche giorno, ma tutto cio' e' solo la periferia del fenomeno. L'epicentro e' in cio' che esso significa, nel suo lato invisibile, nei processi traumatici che mette, o rimette in moto. E' di nuovo il sentimento del dover lasciare, che rimanda alla provvisorietà dello stare in un luogo, che riflette la transitorietà percepita nell'essere... un essere umano, che scava all'interno delle nostre paure di lasciare i luoghi natii per terre straniere, che rimanda a chissà che diavolo d'altro che non riusciamo nemmeno a pescare con le nostre più raffinate arti psicologiche - diceva il lungimirante Eraclito: all'infinito cercherai i confini dell'anima e mai li troverai... un monito per tutte le nostre scienziucole che pretendono di dare schemi chiari e finiti della psiche.
Un giorno lontano ascoltai a Roma Tre, a dire il vero un po' annoiato, una mezza conferenza di Remo Bodei, il quale si affannava a spiegare perche' a suo avviso il viaggio e tutti i suoi rituali sono una perfetta metafora della vita, dalla culla alla tomba. Ora capisco che era il rispettabilissimo tentativo di un uomo, prima che di un filosofo, di razionalizzare i traumi del suo passaggio da Pisa a Los Angeles, ormai molto tempo fa. Quando si viaggia si vive e si muore molte volte. Si passa attraverso l'inferno degli addì e dei distacchi e si riemerge in nuove terre. Quando penso all'andare e venire tra gli US e l'Italia, mi viene in mente il destino di Proserpina. Ella, rapita da Ade, fini' per vivere parte dell'anno in un mondo e l'altra parte nell'altro. Quando moriva per l'uno, rinasceva per l'altro, e viceversa. Esattamente di questo si tratta: dopo un paio d'anni di intensa permanenza in un posto, esso e' in un certo modo casa, ma lo e' in altro modo anche l'altro.Su entrambe le sponde, ti sembra di non aver mai salutato abbastanza tutti quelli che avresti voluto, e qualcuno magari non hai nemmeno fatto in tempo a sentirlo, magari ci si era ripromessi di vedersi, di incontrarsi almeno una volta o magari più spesso di quanto sia avvenuto... Tutto non e' stato abbastanza: le passeggiate con gli amici, le visite di genitori e parenti, i gelati presi insieme. E pero' sarebbe cosi' anche se cio' fosse avvenuto per centinai e migliaia di volte, perché anche questo gioca su di un piano allegorico, e' tutto segno d'altro, dell'ansia che da' l'improrogabilità del partire, del lasciare per passare dall'altra parte. Se amassi le etichette psicologiche, chiamerei questo il "complesso di Proserpina", e magari ci scriverei sopra un librone pallosissimo sui simboli del lutto, infarcito di infiniti discorsi intellettualoidi - di quelli che si vedono sempre più in libreria. Ma visto che di etichette ne ho abbastanza - e di mattoni libreschi pure - ci scrivo solo queste poche righe e il resto me lo vivo sulla pelle. In fondo me lo sono cercato, e quello che ho ottenuto contribuisce a farmi sentire vivo. Carattere o destino? E' il solito dilemma racchiuso nella storia del cavallo di Samarcanda... ma, vista l'ora, si tratta di una storia per un'altra puntata.