martedì 7 agosto 2012

partire e' un po' morire

E' una frase banale, ma tutto sommato vera. Cosi' vera, almeno per il linguaggio dell'anima, che nell' affascinante simbologia creata da Jung potrebbe far parte della più larga allegoria del viaggio come immagine della vita. Più si allontana il momento della partenza da Roma, più mi accorgo che tutto cio' e' soprattutto un fatto dell'anima; voglio dire una questione allegorica. A conti fatti, e materialisticamente parlando, si tratta di quattro valige da mettere insieme e molta fatica per organizzare un viaggio che non e' una vacanza di qualche giorno, ma tutto cio' e' solo la periferia del fenomeno. L'epicentro e' in cio' che esso significa, nel suo lato invisibile, nei processi traumatici che mette, o rimette in moto. E' di nuovo il sentimento del dover lasciare, che rimanda alla provvisorietà dello stare in un luogo, che riflette la transitorietà percepita nell'essere... un essere umano, che scava all'interno delle nostre paure di lasciare i luoghi natii per terre straniere, che rimanda a chissà che diavolo d'altro che non riusciamo nemmeno a pescare con le nostre più raffinate arti psicologiche - diceva il lungimirante Eraclito: all'infinito cercherai i confini dell'anima e mai li troverai... un monito per tutte le nostre scienziucole che pretendono di dare schemi chiari e finiti della psiche.
Un giorno lontano ascoltai a Roma Tre, a dire il vero un po' annoiato, una mezza conferenza di Remo Bodei, il quale si affannava a spiegare perche' a suo avviso il viaggio e tutti i suoi rituali sono una perfetta metafora della vita, dalla culla alla tomba. Ora capisco che era il rispettabilissimo tentativo di un uomo, prima che di un filosofo, di razionalizzare i traumi del suo passaggio da Pisa a Los Angeles, ormai molto tempo fa. Quando si viaggia si vive e si muore molte volte. Si passa attraverso l'inferno degli addì e dei distacchi e si riemerge in nuove terre. Quando penso all'andare e venire tra gli US e l'Italia, mi viene in mente il destino di Proserpina. Ella, rapita da Ade, fini' per vivere parte dell'anno in un mondo e l'altra parte nell'altro. Quando moriva per l'uno, rinasceva per l'altro, e viceversa. Esattamente di questo si tratta: dopo un paio d'anni di intensa permanenza in un posto, esso e' in un certo modo casa, ma lo e' in altro modo anche l'altro.Su entrambe le sponde, ti sembra di non aver mai salutato abbastanza tutti quelli che avresti voluto, e qualcuno magari non hai nemmeno fatto in tempo a sentirlo, magari ci si era ripromessi di vedersi, di incontrarsi almeno una volta o magari più spesso di quanto sia avvenuto... Tutto non e' stato abbastanza: le passeggiate con gli amici, le visite di genitori e parenti, i gelati presi insieme. E pero' sarebbe cosi' anche se cio' fosse avvenuto per centinai e migliaia di volte, perché anche questo gioca su di un piano allegorico, e' tutto segno d'altro, dell'ansia che da' l'improrogabilità del partire, del lasciare per passare dall'altra parte. Se amassi le etichette psicologiche, chiamerei questo il "complesso di Proserpina", e magari ci scriverei sopra un librone pallosissimo sui simboli del lutto, infarcito di infiniti discorsi intellettualoidi - di quelli che si vedono sempre più in libreria. Ma visto che di etichette ne ho abbastanza - e di mattoni libreschi pure - ci scrivo solo queste poche righe e il resto me lo vivo sulla pelle. In fondo me lo sono cercato, e quello che ho ottenuto contribuisce a farmi sentire vivo. Carattere o destino? E' il solito dilemma racchiuso nella storia del cavallo di Samarcanda... ma, vista l'ora, si tratta di una storia per un'altra puntata.

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