lunedì 9 settembre 2013

Los Angeles

La forza di Sansone era nei sui capelli, quella di LA e' nell'estensione del suo territorio. E' difficile dire se sia bella o brutta, certamente e' varia. Quando ti sembra di esserne uscito, ti ci ritrovi ancora dentro, per altre vie e in altri quartieri. LA e' il piu' significativo microcosmo degli US, per la convivenza degli eccessi, l'estensione dall'oceano alle colline, la vicinanza di pacchiano e raffinato, la verita' che si cerca attraverso il telescopio di uno dei piu' grandi osservatori del  mondo e la finzione costruita nel laboratorio di Hollywood. Guardando la grande scritta bianca incollata alla collina, un po' piu' a sinistra si trova il Griffith Observatory, un vero tempio dell'astronomia, a partire dalla sua struttura: tre cupole, due piccole laterali e una maggiore centrale, alle quali si accede dopo una breve passeggiata, che sembra fatta a posta per meditare prima dell'accesso, come i giardini che anticipano le entrate degli edifici sacri. Arrivati all'edificio si puo' salire esternamente per poi affacciarsi dalla parte opposta a vedere la distesa di luci e strade di LA. La vista non fa un grande effetto, ma lo fa il luogo da cui si osserva: la pietra bianca e liscia risalta ancora di piu' per le cupole scure, e il tutto incute un che' di reverenziale che contrasta decisamente con lo spirito generale di LA.
Il Griffith fu uno dei primi osservatori statunitensi e il posto fu scelto per la posizione e la chiarezza del cielo che permetteva una percezione piu' netta degli astri. Di quel cielo chiaro non so cosa sia rimasto - credo solo la memoria, visto l'inquinamento - ma la storia della scienza li' trova certamente un luogo dove essere ricordata. Il museo all'interno e' su piu' livelli, di cui quello piu' in fondo e' legato al nome di Leonard Nimoy, alias Spock, che sembra abbia avuto il merito di promuovere e sostenere l'osservatorio, oltre a quello si fare il gelido vulcaniano.
LA, dove gli opposti si abbracciano, riserva altre curiosita', tra le quali la Central Library a Downtown, sull'occulto simbolismo della quella si continua a dire parecchio. Qui e' L'Egitto e i suoi arcani segreti a dare forma a pareti e bassorilievi. Sullo stile si puo' avere da ridire, sulla sentenza all'entrata no: "In the world of affairs we live in our own age; in books we live in all ages", e ce ne sono altre tratte dai classici sulle mura di questo tempio dei libri, altro monumento alla cultura nella citta' della stravaganza superficiale e delle forme vuote. Ma sulle nostre biblioteche nazionali di Roma e Firenze, a parte l'orario di entrata e uscita, che c'e' scritto? Ci sono parole che invitano ad entrare? Eh si, il problema e' anche questo, bisogna affascinare, ipnotizzare, confezionare la conoscenza come se fosse un accattivante oggetto di culto. Nella veste retorica non c'e' nulla di male, se e' a buon fine, e dimostra pure la buona volonta' di avvicinare alla cultura. Una biblioteca, come un campus universitario, devono invitare all'entrata e non mettere alla prova, come un romanzo deve invitare ad essere letto dalla prima pagina e non metterti una croce sulle spalle imponendoti di soffrire come prova che sei ben intenzionato. Non e' anche in questo che LA rappresenta gli US? Non e' forse questa una radicale differenza tra US e buona parte dell'Europa? Da un lato lo spettacolo per invitarti ad entrare e magari alla fine imparare qualcosa - a volte troppo poco - dall'altro le forche caudine per vedere se sei degno di accedere al calice della conoscenza - che a volte risulta piu' amaro di quanto ti aspetteresti.

venerdì 23 agosto 2013

l'oceano negli occhi

Con il sole all'orizzonte, guardando a ovest, il Pacifico fa l'effetto di una distesa di tessuto azzurro, appena piu' scuro del cielo ma increspato di luce. A guardarlo attentamente ci si leggono i versi di Parmenide: le apparenze passano e cambiano e tutto cio' sembra essere e non e' come  "il cangiante brillare del mare", che sia il Mediterraneo di millenni fa o l'oceano del mondo post-moderno. E a fissarle troppo quelle risacche di luce sul tessuto azzurro ti ipnotizzano, sono come talismani fluttuanti, e come i tesori delle favole, finche' non arriva la massa d'acqua delle onde - con sopra una tavola da surf - a smuovere la scena e a risvegliarti, allora ti ricordi che non sei sulle coste della Magna Grecia  ma un po' piu' ad ovest. Come le avranno viste quelle coste i primi europei che arrivarono qui da terra? E i navigatori con la prospettiva opposta ed il sole alle spalle? Qui i colori di terra, acqua e cielo si trasformano ad ogni ora e posizione dell'osservatore, e non c'e' verso di ricordarli tutti: troppe tonalita' , luci e ombre, sfumature. Bisognerebbe fotografare costantemente e da tutte le direzioni contemporaneamente per avere una idea completa, un'istantanea della varieta'. E' così anche a Santa Monica e Santa Barbara, su' su' fino a Big Sur sulla strada che costeggia il Pacifico e si arrampica sulla scogliera. Da Big Sur l'oceano si vede da lontano ed e' piu' il movimento di rocce e spiagge che attira lo sguardo: da la' su', guardando la costa da Sud a Nord, gli scogli sono in fila come sentinelle rivolte verso Ovest, a volte a formare archi - dove la roccia ha ceduto alla tenacia dell'acqua.
In fondo l'oceano e il deserto condividono l'orizzonte a perdita d'occhio e danno la stessa sensazione di essere sul ciglio del proprio mondo ad osservare un'altra dimensione, un altro pianeta.
Alle spalle ci sono sempre le grandi citta', piu' o meno vicine, cioe' il mondo degli uomini distratti da se stessi e dai propri affari. Da quel ciglio invece non si vedono uomini ne' si muovono affari, non c'e' scampo: non c'e' che da vedere, sentire e pensare al resto: come se la circonferenza si facesse centro e viceversa.

lunedì 19 agosto 2013

California

Il viaggio in aereo da Baltimore a Denver e' una lunga distesa di grandi piani, dove sono disegnati cerchi e quadri come fosse una coperta tesa tra gli Appalachy e le Rocky Mountains, e ci si chiede dove dorma la gente che lavora quei campi - non c'e' un villaggio visibile dall'alto. Quando invece si vola da Denver a San Diego, CA, il clima - in tutti i sensi - cambia radicalmente e ben prima di arrivare in prossimita' del Pacifico, si gode la vista delle colline del sud della California, quelle che poi si possono vedere piu' da vicino andando da San Diego verso San Francisco, con quell'aria mediterranea (che ci fanno quei pini e cipressi dall'altra parte del mondo?) da America alternativa, vigneti compresi. E da quando in qua un vino bianco fa cosi' frequentemente 13.5 gradi? Comunque fa un certo piacere perverso ritrovare una parte di vecchio continente nel nuovo mondo.

Se andando verso San Diego l'aereo atterrasse poche miglia piu' a Ovest sarebbe sulla via delle Haway, verso un sole che tramonta affogato nell'oceano.
L'isola Coronado e' di fronte a downtown, ma molto diversa dalla città. Ci si arriva in barca o in macchina lungo un ponte che  assomiglia ad un roller coaster: cosi' alto che sembra volerla attraversare tutta e che invece poi si piega sul lato interno dell'isola. Una volta attraversata - senza l'aiuto del ponte - l'isola da' il meglio di se': esposta sull'oceano aperto senza altre terre di fronte ed equipaggiata delle spiagge piu' gradevoli, a nostro parere tra le piu' accattivanti di tutta la costa californiana.
Li ci si accorge di quanto l'Ovest possa essere estremo, e cosi' vicino - solo un'oceano di mezzo! - all'estremo oriente... tutto qui, e il mondo e' gia' finito, bello che circoscritto, e viene voglia di girarlo nell'altro verso, cioe' verticalmente - per cosi' dire - dal polo sud al nord, per vedere se fa la stessa impressione.

San Diego e' la porta sud della California: ad un'ora dal Messico e a poca distanza dall'inizio della Highway 1 - o Pacific Coast Highway - che porta fino in Oregon a cavallo delle scogliere che danno sull'oceano. Strada odiata da alcuni per le temibili curve, osannata da altri come il "must" di ogni viaggiatore. Personalmente non la farei cosa tragica ne' divina: e' semplicemente uno dei modi in cui natura e opera umana collaborano per puro gusto scenografico, e il risultato e' raccomandabile.

sabato 17 agosto 2013

Ritorno in Colorado...

Appena tornati. Gli ultimi giorni sono stati po' di corsa e gli ultimi post arrivano a viaggio concluso.
Brevemente verso le cose piu' importanti: l'ultimo posto visto nel giro Colorado-Utah-Arizona-Colorado e' stata la Mesa Verde, dove gli americani trovano un po' di storia, non loro, ma di chi c'era prima, dei veri 'nativi'. Si tratta di case ricavate in parte dalla roccia, come appoggiate alla montagna e come tetto hanno un arco di caverna.
A proposito di 'nativi', ricordo una discussione di qualche tempo fa in macchina, eravamo accompagnati dalla madre di un compagno di scuola di Giulio. Il fanciullo, innocentemente confuso su chi siano i 'nativi', si sorprende con la madre della presenza di 'altri' nativi oltre a quelli che gli avevano raccontato esseri gli unici, cioe' l'americano venuto dall'Europa. La madre, chiaramente imbarazzata dalla presenza di piu' accezioni di 'nativo' - e dal fatto che qualcuno 'piu' nativo' dell''uomo americano bianco' possa disturbare la facile equivalenza - lascia cadere la cosa. Cosi' una delle piu' importanti discussioni che un futuro adulto statunitense dovrebbe avere con gli adulti e' morta prima di fiorire. E buona notte ad un'altra bella occasione di crescita della coscienza storica. E poi hanno il complesso che la loro storia sia troppo corta, sempre a caccia di tradizioni da costruire per riempire il vuoto; ma non e' un problema di lunghezza, e' la rielaborazione del passato - parte integrante del fare la storia - che a volte sembra mancare...
Sara' il ritorno a Baltimore, ma ormai i fatti del viaggio si intrecciano con altre questioni, con le cose che si hanno di fronte agli occhi tutti i giorni, di quel genere di cose che da queste parti sembrano finite e sono solo sotterrate, e nemmeno troppo in fondo, tanto che ogni tanto ci inciampi sopra.
Lasciata la Mesa Verde, abbiamo passato di nuovo le Rocky Mountains, questa volta verso Est, per tornare a Denver. Rocce nere dalle quali ci si affaccia su laghi e pianure, mentre dalla lunga strada in pianura, prima di superare l'ultima parte della catena montuosa, abbiamo visto un arcobaleno da foto, fatta dalla macchina e venuta bene: con tutta quella varieta' cromatica. Il cartello "Welcome to Colorful Colorado" faceva sul serio.

domenica 4 agosto 2013

la terra degli dei

Come promesso, dopo lunga assenza, eccomi per la parte mancante - sembra un secolo fa.
dopo aver lasciato Moab, verso sud, ben presto si incontra la US-163 detta anche "scenica" perche' passa a destra della Monument Valley, anche se a volte in prospettiva sembra che ci si sbuchi dentro e che quei monumentali cilindri di roccia rossa siano la' ad attenderti sbarrando la strada. Spesso effetti simili si hanno in questi posti dove le misure gigantesche ingannano l'occhio. Si', questa potrebbe essere la terra dove un tempo abitavano giganti, di quelli in cui si racconta nelle mitologie. I Navajo, che sono 'proprietari' della vallata, credono invece che qui dimorino gli dei. In effetti quelle montagne a tetto piatto sembrano fatte a posta per accogliere esseri dall'alto - e chissa' che qualcuno non abbia anche fantasticato su piattaforme per gli alieni... Viene voglia di vedere cosa si vede da lassu', com'e' li' l'aria, come si respira dalla terra degli dei. Il turismo non aiuta questi luoghi, in molti sensi, e i Navajo sono tristemente rassegnati a vendere souvenir e timbrare biglietti d'ingresso. Brutta storia quella che si legge sulle poche righe esposte all'entrata della valle: si tratta di deportazioni e 'rimpatri' di circostanza, insomma un altro tassello della storia di uomini che decidono della sorte di altri uomini. Per non parlare dell'albergo costruito proprio all'entrata, che cerca di camuffarsi tinto di marroncino, come un bunker nel deserto, orribile e pullulante di turisti. Un oggetto collocato a sproposito, fuori posto e blasfemo.
Siamo ripartiti al tramonto, un po' delusi dall'ambiente, proseguendo sulla 163, ormai da un pezzo nel deserto dell'Arizona, dopo Kayenta, svincolo di passaggio, abbiamo dirottato verso ovest, verso Page, sul lago Powell. Prima notte in macchina attraverso il deserto. Se anche si potesse vedere qualcosa, non  ci sarebbe molto da ammirare: dopo la Monument Valley la terra si distende noiosamente e non si vede l'ora di scorgere l'acqua di un lago o del fiume Colorado. Non c'e' una casa per miglia e la strada non e' piu' illuminata, l'effetto e' di una corsia che corre dal nulla verso il nulla, avanti, dietro, di lato. Ci si potrebbe fermare a guardare le stelle, senza una fonte di luce nel raggio di decine di miglia, saranno piu' vive che mai, ma non c'e' nemmeno una corsia d'emergenza e non si sa dove accostare.
A Page si arriva dopo ore e la prima cosa che si vede sono tre ciminiere alte quanto le montagne, abbarbicate su un edificio illuminassimo, che buttano fumo grigio nella notte nera. E' finita la strada del nulla, si rivedono tracce umane, non delle migliori.

Scrivo dalla California, Los Angeles, dove le autostrade/freeway - a proposito di artefatti - nonostante le 7 corsie per carreggiata, non sono preferibili alla via attraverso il deserto.

mercoledì 24 luglio 2013

Zion in notturno

Appena tornati da Zion National Park, ovvero il parco dei pini 'piantati' nella roccia rossa.
La prima cosa che sorprende entrando e' - dopo la consueta organizzazione di TUTTO, nella quale gli statunitensi sono maestri - e' l'azzeccatissima accoppiata di verdi del mondo vegetale, rossi del mondo  minerale con qualche tocco di smeraldo delle "piscine" naturali alle quali si puo' salire dopo un percorso  che passa sotto una leggera cascata all'ombra della montagna. Siamo saliti in alto all'ultima piscina, color smeraldo, quasi alle nove di sera, piccola passeggiata a piedi nudi - assolutamente consigliata per rinfrescarsi dalla scarpinata - e poi siamo scesi a notte quasi arrivata, luna calante chiarissima - non c'e' una goccia di umidita'! - e stelle per tutti i gusti. Il tutto ricorda lontanamente le dolomiti, tranne per quei versanti di montagna come pelle di giganteschi rettili preistorici. Siamo ormai lontani dal deserto.
Al ritorno abbiamo tentato di tornare a Kanab senza riattraversare tutto il parco lungo tornanti e tunnel, ma alla fine era l'unica strada fattibile... e fatta con tanto di ranger che ci ferma per un abbagliante di troppo - nel bel mezzo delle montagne, allegramente tra i tornanti c'e' sfuggito - solita procedura americana dettagliatissima, come un cerimoniale da imparare a memoria e rispettare nei dettagli - la proceduralita' e' la categoria principale della vita americana. Nulla di grave, solo un controllo della patente, dove la foto e' orribile, ma tutto il resto e' in regola.
Domani torniamo per fare un'altro percorso: la "weeping rock", dal nome triste e l'aspetto incantante.
Lo so, lo so... avevo promesso il notturno nel deserto dell'Arizona e dintorni, non l'ho scordato... alla prossima.

dall'alto dei cieli

Siamo a Page, Arizona, quasi pronti per ripartire, direzione Kanab, Utah, vicino al Zion National Park, soprattutto per vedere l'Emerald Pool scavata nel canyon... ma questa e' storia futura... ora cerco di essere telegrafico per la storia recente - nei miei momenti grafomani non e' facile.
Allora, prima di lasciare Moab, e il Moab Grill che a Giulio e' piaciuto molto - bistecche fantastiche! - abbiamo visto una delle 4 sezioni di Canyonlands - no, non e' un parco giochi, ma piuttosto un enorme parco nazionale di cui alcune zone remote sono raggiungibili solo dopo miglia di percorso fuori strada - la piu' accessibile con un macchina 'normale'. Si chiama "Isola nel cielo", perché? WOW! E' un altopiano con vari percorso e viewpoint dai quali si apre una vista su canyon, pinnacoli, fiumi, e il solito orizzonte ai confini della terra - mi chiedo cosa esattamente si riesca a vedere: un'altro stato o un'altro continente? Come stare in elicottero.
La mattina dopo, un po' acciaccati dal sole, siamo tornati al parco degli archi - per ora, per me, il piu' affascinante, forse perche' e' la prima cosa che ho visto, il primo impatto con quest'altro pianeta - diretti verso il "delicate arch" simbolo dello Utah, targhe delle macchine comprese.
Questo si trova su un dirupo dal quale ci si puo' affacciare - ma qui e' un mondo che vive su dirupi! - con molta cautela, mentre dalla parte interna dell'arco si apre un anfiteatro, a Giulio ha ricordato il Colosseo, e veramente ci si potrebbero fare spettacoli, ci sono anche i posti a sedere e in fondo uno stage - o una arena - perfetti. Chissa' com'e' l'acustica...
Il percorso per arrivarci comprende scalata di un roccia liscia, come una leggera gobba, che sotto al sole a picco e' una meraviglia di fatica!
La sera abbiamo lasciato Moab, a malincuore - non abbiamo visto i grandi disegni su roccia e le tracce di dinosauro li' intorno - verso la Monument Valley e il territorio Navajo, ma la scenic US 163 e l'attraversata del deserto dell'Arizona tra le tenebre ve la racconto con calma... Ciao!

domenica 21 luglio 2013

L'Ovest dell'Ovest

Siamo a viaggio cominciato e va scritta qualche riga prima che le prime impressioni si trasformino in altro. Venerdì abbiamo preso la macchina a Denver, Colorado, con una bella targa con scritta rossa su campo bianco con montagne sullo sfondo. Montagne, certo, perche' ad ovest di Denver, dove noi siamo diretti c'e' la catena montuosa alpina delle Rocky Mountains, che abbiamo attraversato sulla I-70. E' come attraversare le alpi, solo piu' a lungo. Tra le attrazioni, l'autostrada costeggia un fiume rosso, il rosso delle rocce, costeggiato - dall'altro lato - da un'improbabile ferrovia abbarbicata alla montagna - credo, spero, solo per merci - poi la strada passa attraverso il Glenwood canyon sospesa in aria e seguendo un vecchio sentiero attraverso la catena montuosa. Passata questa, si arriva alle colline e poi al deserto... si',  dalle Rocky a Moab, in Utah, dove noi eravamo diretti, c'e' proprio... uno splendido nulla per centinaia di miglia di strada dritta verso un orizzonte sterminato, con un'aria secca che ti fa vedere  lontano piu' di quanto si possa immaginare di poter vedere. Su quel tratto si susseguono cartelli "No Services" che ti ricordano - qualora non si vedesse - che per decine di miglia non c'e' benzina, cibo, centri abitati ecc. Tranne uno o due Visitor Center per prendere informazioni e arrampicarsi in alto per vedere il panorama: da un lato le montagne lasciate, dall'altro l'infinita pianura e i primi cenni di Canyon. E c'e' un vento caldo che porta un profumo che non ho mai sentito in nessun deserto, probabilmente dato dagli arbusti di piante basse che qui e li' tappezzano le pianure; sembra un tabacco leggero, molto piacevole.
Da Moab a Denver, 310 miglia, ci sono volute circa 7 ore, ma il paesaggio ti intrattiene come un compagno di viaggio, come se passassi da Bolzano ai deserti del Medio Oriente, cosi', da un'ora all'altra...
Moab e' un villaggio di quattro anime e molti motel in mezzo a due parchi: Arches Park e Canyonlands. Del secondo sapro' dirvi da domani, del primo - visto oggi - posso dire di non aver visto nulla di altrettanto sconvolgente in vita mia. L'unica cosa che mi viene in mente altrettanto dirompente e' il palazzo scolpito nella roccia di Petra, Giordania - quello di Indiana Jones, visto da fanciullino e che mi e' rimasto scolpito in testa come un'immagine da un altro modo.
Quando passi in macchina e a piedi nell'Arches Park, attraverso rocce a forma di pinnacoli, pareti e archi giganteschi, tra i quali intravedi un orizzonte, come al solito, lontanissimo, in un'ari secca e calda, la prima idea che viene in mente e' come potrebbe essere il pianeta Marte se lo si potesse visitare. Me lo immagino così, tranne per l'aria tersa e il cielo altissimo e di un blu che fa da partner perfetto al rosso-arancio della pietra.
Tra le attrazioni principali di questo parco c'e' il Delicate Arch, simbolo dello stato dello Utah, e che fra qualche secolo probabilmente scomparira' per erosione - da cui il 'delicate' -, la Balanced rock, ovvero una palla gigante in magico equilibrio sulla punta di una colonna, e i Three Gossips, ovvero tre dame che si sussurrano qualcosa l'una verso le altre da qualche migliaia - suppongo - di anni.
E noi in mezzo che facevamo i funamboli sulle rocce tra le gigantesche opere d'arte della natura.
Non ricordo quando, molto prima di arrivare negli States, lessi che alcuni nativi americani ebbero dei problemi ad adattare i loro occhi alle distanze brevi, come se fossero abituati a lanciare lo sguardo da un canyon all'altro senza incontrare ostacoli, come aquile di terra. Ora ho capito di cosa si parlava.    

domenica 9 giugno 2013

il cavaliere di Samarcanda


Ve la ricordate la canzone di Vecchioni Samarcanda? Non so la melodia, ma la storia e' vecchia di molte generazioni, secoli, forse millenni. Non a caso gli psicoterapeuti, almeno da Jung in poi, ci si divertono come un pupo si trastullerebbe con il suo giocattolo preferito.
Qualche post fa menzionai la storia del povero soldato che si fece prestare il cavallo piu' veloce del reame per fuggire dalla morte che aveva intravisto durante una festa; la meta era Samarcanda, ovvero lontano dal suo destino; la morte, ritrovatolo a Samarcanda, si congratula della velocita' con la quale ha coperto la lunga distanza ed e' contenta che sia giunto in tempo all'appuntamento; vistolo il giorno prima cosi' lontano, infatti, temeva che ritardasse...
Sara' che in questa storia c'e' di mezzo un viaggio, sara' che il soldato cerca la fuga, sara' che alla fine invece di fuggire torna di fatto veloce a cio' che doveva gia' incontrare... ma questa vicenda ha per me un fascino tutto particolare. Non si tratta solo della morte, si tratta di ogni tappa importante della vita. Come dicevo qualche post fa: carattere o destino? ovvero si va a finire dove si doveva andare per forze interne o esterne? perche' ci si tira fino a la' o perche' si e' tirati? 
Jung si fece incidere sulla porta di casa "Vocatus atque non vocatus Deus aderit". A quel 'Deus' si puo' sostituire qualsiasi cosa ci stia venendo incontro per farsi riconoscere, per farci riconoscere per quello che saremmo dovuti da sempre diventare. Si dice che siamo noi a 'fare l'esperienza' di qualcosa. E se invece l'esperienza di qualcosa ci attendesse? Impaziente, pensosa e quasi maternamente preoccupata che facciamo tardi all'appuntamento. Avete mai la sensazione di essere in ritardo? Non a lavoro o ad un appuntamento con un amico, intendo in ritardo con qualcosa di grosso, di cruciale e che bisogna correre e che magari bisogna fare un lungo giro per ritrovare qualcosa che era accano a noi poco o tanto tempo prima, come la signora era vicina al cavaliere e poi lo era di nuovo, ma con un lavoro di corsa in mezzo per arrivare all'appuntamento... 
Mah... sara' il caldo di questa sera, e Baltimore che sta per dare il meglio di se' - intendo in termini di temperatura. O forse e' la visita di ieri a New York, dove tutti corrono e ti viene da correre pure a te fosse solo per vedere il piu' possibile prima di ripartire. E risiamo sempre li: partire, lasciare, ritrovare.

sabato 2 marzo 2013

….quasi un anno dopo…


 Mandy: “Datti una mossa, non vorrai farci arrivare tardi al pranzo dei vicini?”
Handy: “mmhh…non so … qualcosa non mi quadra … hanno delle stelle appese nel giardino di casa, non capisco quante sono: quattro, forse cinque…”
M: “cosa vuoi che appendano? delle zucche?… e’ Natale! Scollati dalla finestra, o faremo tardi, e poi tra poco saremo la’ e potrai contare tutte le stelle che ti pare… aspetta… o mio Dio! Ho capito! Handy, si stanno appropriando del Santo Natale! Non capisci? Le stelle, tutte quelle storie sulla ‘rinascita’, questa setta sta rubando i simboli piu’ importanti della nostra civilta’!”
H: “… ora le vedo bene, sono proprio cinque stelle, anche se una tenta di camuffarsi da punta dell’albero”
M: “…perche’ non si sono presi la mezza luna? O, che so, qualche simbolo Maya: con l’apocalisse che portano! Questa e’ la prova che li inchioda definitivamente… maledetti!”
H: “In ogni caso circola da tempo una contro-setta che fara’ il suo patrio dovere. Certo il loro slogan e’ un po’ forte – mi piace! - “schiaccia un grillo appena lo vedi”!”
M: “Ma mia sorella mi ha detto che hanno avuto dei problemi…”
H: “Cose da poco: gli ambientalisti li avevano scambiati per un gruppo anti-ecologia … altri hanno cominciato a chiamarli per disinfestare la casa… ma si e’ tutto risolto e finalmente stanno facendo piazza pulita!”
M: “Si, ma sara’ sufficiente per ridarci il Natale?”
H: “Tesoro, sono certo che ci sara’ un tempo in cui tutta questa brutta storia sara’ finita e rivedremo facce normali, nel paese che conosciamo da sempre, e che finalmente si riconosce per quello che e’, un luogo senza grilli per la testa, senza pretese…”
M: “Va bene, spero che sia come dici tu: torneremo alla normalita’. Ora dobbiamo uscire, altrimenti faremo tardi dai vicini. Ah, caro, quando passiamo nel giadino accertati che quella sia veramente una punta d’albero e non una stella… meglio essere prudenti”

giovedì 28 febbraio 2013

una fredda sera di febbraio Handy e Mandy...


In una fredda sera di febbraio, Handy e Mandy sono accoccolati di fronte alla TV… e intanto calano le tenebre…

Mandy: “Caro, ti prego, stringimi forte, temo qualcosa… ho un brutto presentimento”
Handy: “Amore, non hai nulla da temere…”
M: “ma certo che c’e’ da temere! Non hai sentito di quella setta, quei … grillini, si insinuano ovunque, parlano di democrazia liquida e io non so nuotare, e pare siano dotati di corpi aerei … hai aggiustato gli infissi?”
H: “Mandy, ma che giornale leggi? Informati! Il loro capo e’ la Sua reincarnazione, fra poco occupera’ le istituzioni e finalmente potremmo fare del parlamento un bivacco di manipoli! Viva il Du… ”
M: “Sssshhhhh! Sei pazzo! Siediti e calmati. I muri hanno orecchie … e poi basta con questi sogni da fascio della prima ora, non ti sei ancora convertito? Pensaci bene: che bello quando eravamo tutti dietro quello scudo crociato, cosi’ paterno, e quella ‘Libertas’ che si poteva leggere in qualsiasi modo, a ciascuno sapeva indicare la via …”
H: “Mandy, devi guardare avanti, finalmente abbiamo di nuovo un Capo: anche se lui ancora non lo sa, nel suo cuore si agita una passione nera come la pece!”
M: “Guarda che potrebbero essere anche dei mangia preti e bambini. Ieri il parroco ha sognato che un grillo gli entrava nelle mutande, tirava fuori dei denti da pescecane e gli mordeva i casti testicoli, chiaro messaggio divino che questi sono contro la santa chiesa, l’unica che protegge la poca morale rimasta in questo paese!”
H: “Cara, capisco la tua preoccupazione per il parroco, ma francamente non si vede un magiapreti dai tempi di Gramsci e a giudicare dai Patti Lateranensi nella Costituzione credo che il pericolo sia stato sventato un bel po’ di tempo fa”
M: “Sara’ ma io non mi sento sicura… voglio quelli di prima, chiunque sia: il pagliaccio, il serioso, se non e’ un mangiapreti mi va bene pure il figlio dell’operaio”
H: “Ti confermo che non e’ un mangiapreti, anzi... A pensarci bene mi sta quasi simpatico, se non fosse per quella pochezza retorica…”
M: “Senti, tutto tranne quel popolo di seguaci senza senno con quell’eminenza grigia… come si chiama? Quello con quei capelli mai tagliati e quegli occhietti dietro le lenti… hai capito? quello che dice due parole ogni cinque anni, ma dirige… si, dirige… e’ un genio del male… ho letto che e’ un visitor che ha preso sembianze umane e plagia… ti ricordi che fine abbiamo fatto in Mars Attacks!”
H: “ ‘abbiamo fatto’, chi?”
M: “Noi, la specie umana!”
H: “Tesoro, te l’ho detto non devi temere nulla, questa casa e’ una roccaforte, non passa nulla da quelle mura e la televisione ci tiene aggiornati; a proposito, a che ora fanno la nostra trasmissione preferita?”
M: “Se vanno al governo speriamo almeno che non ci levino quella… Eccola! Ssshhh ssshhh”