venerdì 16 novembre 2012

Il vuoto pieno, il passato presente e cose simili

A giochi chiusi, la campagna presidenziale appare come un ameno spettacolo in pieno stile americano, godibile soprattutto via video. I pezzi forti sono i 3 dibattiti che hanno preceduto l'elezione e i 2 discorsi, quello del vincitore e del perdente, ad elezioni concluse. E c'e' una cosa sconvolgente che li accomuna, almeno dal punto di vista di un italiano: la netta separazione tra lo spazio dell'agone e tutto cio' che e' fuori. Le barriere invisibili strutturano questo paese, come gli spazi vuoti sostanziano la struttura architettonica delle cattedrali medievali: l'essenziale e' cio' che non si vede, ma c'e' e si percepisce. Strano da dirsi in un paese in cui l'immagine e' al centro di tutto, meno strano se si considera che l'immagine ha senso se ha un contorno che la limita e l'esalta allo stesso tempo, una cornice che non e' ma si fa sentire.
Si conosce, e si rispetta, l'invisibile confine tra lo spazio della lotta politica, il ring in cui pochi colpi sono proibiti, il tempo dedicato allo scontro e, dall'altra parte - fuori, prima e dopo - lo spazio e il tempo della riconciliazione. E a dire il vero l'effetto complessivo e' un po' meccanico, come se dominato da una certa schizofrenia che passa per normalita': prima di sedersi al tavolo del dibattito politico, i candidati si danno la mano, quasi si abbracciano, dopo si sorridono calorosamente, quello che e' in mezzo e' scontro verbale violento e accusatorio. Infine, a elezioni concluse si ringrazia l'avversario per il suo sforzo a favore della nazione, il suo impegno politico, la sua dedizione, gli si fanno i migliori auguri per il futuro, quasi quasi sono piu' le parole spese per l'elogio del (ex) nemico che per l'esaltazione della vittoria. Vedere i discorsi - su CNN o youtube - per credere.
La causa di tutto cio' credo si perda nella notte della storia americana e nelle pieghe della sua vita quotidiana, e rimane una delle cose piu' interessanti di questo posto. By the way, il discorso del vincitore e' veramente emozionante, e detto da me che non sono un romantico della politica - che e' e rimane l'arte di Machiavelli, senza farsi troppe illusioni - non e' poco. Come quattro anni fa, la storia "antica" degli US e' l'architrave del periodare; come se la storia fosse sempre qui, non passasse, si conservasse eternamente nel presente. La brevità' della storia statunitense e' inversamente proporzionale alla capacita' di rievocarla: qui tutto ha sempre a che fare con i padri fondatori e con il loro progetto per un'America 'eterna'. Di questo archetipo fanno parte per diritto vincitori e vinti, e quando l'agone si chiude, e si esce dall'arena, lo scontro e' semplicemente finito, e quasi per incanto ci si riconosce parte della stessa grande squadra: cose, appunto, dell'"altro mondo".
Oggi parlavo con gli studenti dei conflitti civili nei comuni medievali e di quanto questi conflitti non avessero praticamente termine. A loro, americani, e' scappato un sorriso: in cuor loro si saranno chiesti come si fa a scannarsi in tutti i modi possibili e immaginabili, senza sosta per secoli in un paese che si attraversa in qualche manciata di ore di macchina. Peccato che ci vorrebbe piu' di un corso di italiano per capirlo.


martedì 6 novembre 2012

Io vengo dalla luna

Recentemente ho scoperto che solo circa dieci "grandi elettori" in tutta la storia degli States hanno 'tradito' il mandato elettorale votando per il presidente dell'altro partito. Allora mi sono divertito a fare un esperimento mentale. Mettiamo che in Italia si votasse allo stesso modo, cioe' in due turni: prima votano gli italiani di ogni regione - per trovare un equivalente dei singoli stati americani - per dei candidati scelti dai partiti, poi questi votano per un primo ministro o presidente della repubblica. Un mese di tempo circa divide il primo turno dal secondo. I delegati votati si sono impegnati a votare a loro volta qualcuno, e dunque a non tradire la fiducia del cittadino, ma tecnicamente sono liberi per costituzione di fare come vogliono e, ad entrambi i livelli, il voto e' segreto. Che succederebbe nell'Italietta di sempre? Mai sentito parlare del trasformismo? Ma si, quel bel modo di navigare attraverso la politica che abbiamo inventato noi piu' di cent'anni fa, per cui essa non e' piu' la platonica "arte della tessitura" - poetica e penelopeica espressione dalle antiche eco - ma l'"arte del rattoppare" dove meglio conviene andare.
E poi mi sono svegliato dall'esperimento mentale e mi sono detto: in sto paese di 300 milioni di persone, 538 delegati del popolo in giro per un mese prima di dare il loro voto al candidato presidenziale, il capitalismo che scorrazza e i soldi che girano introno alle campagne elettorali, ecc. ma veramente in piu' di duecento anni di elezioni presidenziali hanno cambiato bandiera all'ultimo i candidati che si contano sulle dita di due mani?! Altro che imperativo categorico, qui e' al lavoro un gene nordamericano che muta la struttura morale dell'uomo moderno, almeno dal punto di vista italiano. Voglio dire: con una manciata di settimane a disposizione e tutti sti soldi in giro, che cosa puo' essere tanto forte da frenare la natura banderuola del politico? E mentre cio' nel pensier m'impazza, mi vergogno pure un po' del mio dubbio di matrice italica. Ma chi proveniente dal bel paese non si sorprenderebbe?
P.s. A proposito di elezioni: speriamo che questo giorno finisca bene; per i prossimi si vedrà.

sabato 3 novembre 2012

Cibo o collanine?

Il supermercato statunitense è un mondo parallelo ed immenso, e i carrelli che lo attraversano non sono da meno: conterrebbero senza problemi un paio di europei, quattro o cinque cinesi, e forse anche un pigmeo, tutti insieme e senza stare particolarmente stretti. Come si fa a riempire tale abbondanza di spazio con il cibo? Si fa, basta prenderne tanto, soprattutto prima delle storm e degli uragani che si ostinano ad attraversare un paese dove i fili della luce sono appesi per aria e sui quali crolla sistematicamente un albero (perché, poi, nel paese dove gli alberi cadono così spesso si sia deciso di far viaggiare gli elettroni tra i rami rimane, per me, un mistero). Ma l'essenza dell'esperienza del "grocery shopping" si raggiunge quando si tenta di capire cosa ci sia esattamente nei carrelli altrui.
Il mio passatempo preferito, navigando attraverso i supermercati per ragioni di sopravvivenza, è guardare di cosa si cibano gli altri. Non so, è una specie di voyerismo alla ricerca di accozzaglie sempre più indecifrabili. Il fatto è che questi prodotti alimentari, o comunque li si voglia chiamare, visti sugli scaffali ben ordinati non fanno impressione: stanno lì tutti in fila, colorati, di bella presenza, quasi ti scordi che sei al supermercato e ne ammiri la varietà, le forme strambe, le confezioni creative e nell'immaginare cosa ci possa essere dentro il pensier si perde... Ma quando poi li vedi buttati lì nel carrello di qualcun altro, ti svegli e ti ricordi che quello è cibo, sì insomma, lo chiamano così e c'è pure chi lo mangia.
A volte mi devo controllare, perché mi accorgo che qualcuno mi guarda strano, perché io guardo strano il "cibo" nel suo carrello, e allora capisco che ho appena avuto una crisi acuta di voyerismo e che sono stato scoperto e allora, tentando una goffa ritirata, mi guardo il mio di cibo nel mio carrello e ... m'annoio: lattuga, latte bianco, un pacco di pasta che tenta di farsi bello in confezione rossa (ma che rimane sempre la semola che è), e così via.
Al termine del viaggio, quando sto per riposare il gigantesco carrello di cui non riesco mai ad onorare degnamente la capienza, una domanda continua a frullarmi in testa: quanti colori possono avere i cereali prima che si trasformino in cerchietti per fare collanine? Poi ricordo che sulla scatola c'è scritto "real food" e allora mi acquieto.