A giochi chiusi, la campagna presidenziale appare come un ameno spettacolo in pieno stile americano, godibile soprattutto via video. I pezzi forti sono i 3 dibattiti che hanno preceduto l'elezione e i 2 discorsi, quello del vincitore e del perdente, ad elezioni concluse. E c'e' una cosa sconvolgente che li accomuna, almeno dal punto di vista di un italiano: la netta separazione tra lo spazio dell'agone e tutto cio' che e' fuori. Le barriere invisibili strutturano questo paese, come gli spazi vuoti sostanziano la struttura architettonica delle cattedrali medievali: l'essenziale e' cio' che non si vede, ma c'e' e si percepisce. Strano da dirsi in un paese in cui l'immagine e' al centro di tutto, meno strano se si considera che l'immagine ha senso se ha un contorno che la limita e l'esalta allo stesso tempo, una cornice che non e' ma si fa sentire.
Si conosce, e si rispetta, l'invisibile confine tra lo spazio della lotta politica, il ring in cui pochi colpi sono proibiti, il tempo dedicato allo scontro e, dall'altra parte - fuori, prima e dopo - lo spazio e il tempo della riconciliazione. E a dire il vero l'effetto complessivo e' un po' meccanico, come se dominato da una certa schizofrenia che passa per normalita': prima di sedersi al tavolo del dibattito politico, i candidati si danno la mano, quasi si abbracciano, dopo si sorridono calorosamente, quello che e' in mezzo e' scontro verbale violento e accusatorio. Infine, a elezioni concluse si ringrazia l'avversario per il suo sforzo a favore della nazione, il suo impegno politico, la sua dedizione, gli si fanno i migliori auguri per il futuro, quasi quasi sono piu' le parole spese per l'elogio del (ex) nemico che per l'esaltazione della vittoria. Vedere i discorsi - su CNN o youtube - per credere.
La causa di tutto cio' credo si perda nella notte della storia americana e nelle pieghe della sua vita quotidiana, e rimane una delle cose piu' interessanti di questo posto. By the way, il discorso del vincitore e' veramente emozionante, e detto da me che non sono un romantico della politica - che e' e rimane l'arte di Machiavelli, senza farsi troppe illusioni - non e' poco. Come quattro anni fa, la storia "antica" degli US e' l'architrave del periodare; come se la storia fosse sempre qui, non passasse, si conservasse eternamente nel presente. La brevità' della storia statunitense e' inversamente proporzionale alla capacita' di rievocarla: qui tutto ha sempre a che fare con i padri fondatori e con il loro progetto per un'America 'eterna'. Di questo archetipo fanno parte per diritto vincitori e vinti, e quando l'agone si chiude, e si esce dall'arena, lo scontro e' semplicemente finito, e quasi per incanto ci si riconosce parte della stessa grande squadra: cose, appunto, dell'"altro mondo".
Oggi parlavo con gli studenti dei conflitti civili nei comuni medievali e di quanto questi conflitti non avessero praticamente termine. A loro, americani, e' scappato un sorriso: in cuor loro si saranno chiesti come si fa a scannarsi in tutti i modi possibili e immaginabili, senza sosta per secoli in un paese che si attraversa in qualche manciata di ore di macchina. Peccato che ci vorrebbe piu' di un corso di italiano per capirlo.
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