giovedì 27 dicembre 2012

giustificare le Humanities


Passato il Natale, possiamo smettere di essere troppo buoni.
Qualche giorno fa sono ritornato su un articolo di Stanley Fish, "Will the Humanities Save Us?"

http://opinionator.blogs.nytimes.com/2008/01/06/will-the-humanities-save-us/

Fish, considerato in ogni caso un maestro – buono o cattivo che sia - dei nostri giorni, si lancia in un attacco contro i tentativi di difesa della legittimita' della presenza degli 'studia humanitatis' nel mercato culturale del terzo millennio.
In parole povere, i quesiti in ballo sono: le discipline umanistiche ci servono ancora? Ci sono mai servite? Perche' continuare a finanziarle? Come se i finanziamenti piovessero torrenzialmente - piu' che mai nell'Italia madre di tali discipline. Comunque sia, Fish passa in rassegna, in pillole, i tentativi di difesa condotti fino ad oggi e poi dice la sua, ovvero: diciamoci la verita' ste discipline non servono a nulla tranne a soddisfare la curiosita' intellettuale di noi mortali. Finito? Si, il retore-filosofo dei nostri giorni non ha altro da dire e il suo argomento e' a suo avviso concludente, e forse pure originale. Certo che per uno che - come lui stesso ammette - ha passato piu' di 40 anni nel mondo accademico e nel settore umanistico e' un po' pochino. Verrebbe da dire: su Stanley! Bando all'avarizia! Non dimenticarti che parli del mondo che ti ha dato da mangiare per quasi mezzo secolo: qualche argomento in piu' in loro difesa ste discipline umanistiche se lo meriterebbero, non credi? E poi proprio tu, maestro di capriole dialettiche, ti fermi cosi', al primo passo, a quello che potrebbe fare uno studente che abbia appena letto la “Metafisica” di Aristotele e l’”Apologia della storia” di Bloch?
E si, perche' bisogna dirlo, almeno l'originalità nel pezzo di Fish non c'e'. O meglio - se cosi' vogiamo dire per salvarne una traccia - e' ampiamente anticipata dall'argomento aristotelico dell'autolegittimazione delle scienze teoretiche - che notoriamente lo Stagirita sosteneva fini a se stesse, il pensiero per il piacere di pensare - e dall'idea che la storia e' perlomeno un piacere intellettuale - anche non dovesse avere altri fini - dell'emerito storico francese.
Si', Fish, le discipline umane servono anche a ridimensionare l'originalita' delle presunte novita'... ma questa e' un'altra storia.
Quello che qui ci interessa e' sottolineare quanto sarebbe stato facile una difesa un tantino piu' impegnata ed efficace. Non bisogna essere un genio per capire che senza la storia, i classici della retorica, e le discipline etiche e politiche non esisterebbero i sistemi governativi e giudiziari che reggono il mondo occidentale e che, alla fin fine, permettono la possibilita' di dedicarsi alle scienze. Ricordate Hobbes? Se non passassimo dalla barbarie al contratto che da vita allo stato, rimarremmo impegnati giorno e notte a difenderci gli uni dagli altri, e la tecnologia, le scienze fisiche, l'osservazione delle rivoluzioni celesti e tutte queste belle cose rimarrebbero sogni delle nostre notti tormentatissime. Sono forse gli ingegneri che praticano la difficile arte politica della "tessitura" di interessi divergenti per creare un minimo di vivibilita'? Non credo. Con tutto il rispetto degli stessi, senza i quali, ammetto, vivremmo ancora nelle capanne, ma che senza noi umanisti non avrebbero modo di fare i loro bei grattacieli.
Voglio dire: Fish - Maître à penser del postmoderno - grazie alla sua onnipotenza retorica avrebbe fatto di questo argomentuccio, che ho umilmente riassunto, una impalcatura inespugnabile. Perche’ non l’ha fatto? Lo so: I geni sono imprevedibili e bizzarri, ma ci piacerebbero piu’ concentrati sull’obiettivo quando si tratta di salvare la mano che li nutre, se non per convinzione, almeno per pragmaticissimo opportunismo. Grazie.

venerdì 21 dicembre 2012

Dialoghetto (quasi) fittizio



Ci fu un tempo in cui si decise dove il mondo occidentale dovesse andare. Nel giro di pochi anni i tempi cambiarono: c’è chi dipinge la nuova era tutta luce e gloria e chi invece come l’inizio dell’oscurità. Qualunque sia la verità, essa elude i confini tra continenti. È dunque poco importante dove questo dialogo si sia svolto.

Polo: Buongiorno prof. Come sta?
Gorgia: Non c’è male, sono un po’ impegnato…
P: Ma che sta facendo? I bagagli?
G: Si, il mio corso è finito, da domani mi sostituirà un altro professore
P: Il preside ci ha avvisato che sarebbe arrivato il professor Socrate, ma non credevo sostituisse lei!
G: Si, c’è una nuova politica scolastica: ricambio generazionale e rinnovamento didattico
P: In che senso?
G: Il professor Protagora ha già cambiato città e il ministero vuole che si insegni con una specie di metodo dialogico.
P: Ma non si può interrompere un corso da un giorno all’altro!
G: Polo, le direttive sono ministeriali, ma la scuola è privata, e quando non si è più graditi si fanno i bagagli …
P: E in cosa consiste sto metodo dialogico?
G: Il docente dovrebbe fare quasi esclusivamente domande per stimolare gli studenti a dire ciò che già sanno …
P: E che sanno?
G: Pare che voi sappiate più di quanto pensiate di sapere…. Comunque alla fine il docente di solito racconta una favola, gli dà un senso allegorico e quel senso, guarda caso, coincide con quello che gli studenti non sapevano di sapere e che il docente voleva che loro sapessero finalmente di sapere e che lui fingeva di non sapere ma già sapeva senza farlo sapere agli studenti…
P: Cheee?!
G: Senti, Polo, adesso non ho molto tempo per parlarne… e poi ne farai presto esperienza: quale migliore maestra!
P: Ok, prof, devo andare in classe, ci sentiamo per email, d’accordo?
G: A proposito, devo cambiare indirizzo: la mia posta elettronica sul server ministeriale è stata eliminata, dicono che la mia fitta corrispondenza con gli studenti ostacoli l’avanzata del nuovo metodo… ti farò sapere il mio nuovo indirizzo email il prima possibile. Ora vai in classe, pare che Socrate non tolleri in alcun modo che si perdano le prime battute della lezione. Ti do un consiglio: quando chiede se sei d’accordo con quello che ha appena detto, evita di argomentare il tuo dissenso, ti eviterà la tortura di altre infinite domande per convincerti che, per quanto tu ancora non lo sapessi, avresti risposto di si a quella prima domanda se solo avessi già saputo quello che non credevi di sapere già.
P: Prof? è sicuro di sentirsi bene?
G: Polo, sono veramente di fretta, scusami… Dimenticavo, un’ultima cosa, pare che il nuovo professore abbia un giovane assistente che non parla mai, ma scrive fiumi di parole… ha in progetto la stesura di un nuovo manuale di dialettica, e intende inserirci i dialoghi svolti in classe… ritoccati per far risaltare l’efficacia del nuovo metodo. Tu ignoralo e concentrati sulle domande di Socrate.
P: mi sembra un incubo, comunque le farò sapere, ora scappo, arrivederci!
G: Ciao Polo, non dimenticare lo zaino e … non perdere la testa.

giovedì 13 dicembre 2012

il libro espresso!

Oggi, appena tornato dai soliti giri, mi metto a stilare una bibliografia per scrivere un saggio per una rivista e, siccome sono abituato alle file infinite di matrice italica, mi metto subito a cercare se i libri che mi servono sono nella biblioteca di Hopkins e dintorni. Come al solito, capita che non ce ne sono un paio di quelli importanti per fare il punto della situazione. Mando subito una email alla bibliotecaria di Hopkins per chiedere gentilmente se e' possibile acquistare 2 libri per la ricerca e, come al solito, mi risponde dopo... 5 minuti, dicendo: certamente, saranno recapitati a tuo nome cosi' che possano arrivare direttamente a te! Non e' finita: dopo pochi minuti scopro che manca un altro testo al mio appello bibliografico e penso che sia bene far partire tutti gli ordini insieme, dunque scrivo di nuovo che ho dimenticato un terzo item, ma, con il solito scetticismo italico, non spero di avere un gran successo immediato - anche perche' tutti sti libri costano un sacco di soldi! Scetticismo sprecato: dopo 1 minuto la risposta e' "of course!"
Credo che i miei 'desiderata' alla Biblioteca Nazionale di Roma di quando facevo la tesi siano ancora inevasi e comunque non ricordo tanta cortesia e prontezza di spirito da nessuno degli addetti di nessuna biblioteca italiana. Perché'? Perche' nelle biblioteche italiane si infastidiscono - per non dire di peggio - se si chiede di fare un nuovo acquisto? Perche' un pdf spedito via email - e malamente - costa un occhio della testa? Perche' non c'e' una diavolo di connessione internet e la rete del catalogo online copre solo gli ultimi 10 anni? Perche' a Roma ci metto 3 mesi a scrivere un saggio che qui mi prende 2 settimane? Perche' tutti questi ostacoli e tutta sta lentezza sul suolo italico? Perche' chi fa ricerca si deve mettere elmo e armatura - metaforicamente parlando - come fosse Orlando contro i mori o Ercole contro l'Idra? Qualcuno dovrebbe prima o poi raccontare in farsa lucianesca le imprese dei centinaia di eroi che ogni giorno affrontano il sistema bibliotecario italiano e farne un'opera epica, del tipo... che so... La biblioteca riconquistata. Armi, libri e amori nell'Italia eterna. 

venerdì 16 novembre 2012

Il vuoto pieno, il passato presente e cose simili

A giochi chiusi, la campagna presidenziale appare come un ameno spettacolo in pieno stile americano, godibile soprattutto via video. I pezzi forti sono i 3 dibattiti che hanno preceduto l'elezione e i 2 discorsi, quello del vincitore e del perdente, ad elezioni concluse. E c'e' una cosa sconvolgente che li accomuna, almeno dal punto di vista di un italiano: la netta separazione tra lo spazio dell'agone e tutto cio' che e' fuori. Le barriere invisibili strutturano questo paese, come gli spazi vuoti sostanziano la struttura architettonica delle cattedrali medievali: l'essenziale e' cio' che non si vede, ma c'e' e si percepisce. Strano da dirsi in un paese in cui l'immagine e' al centro di tutto, meno strano se si considera che l'immagine ha senso se ha un contorno che la limita e l'esalta allo stesso tempo, una cornice che non e' ma si fa sentire.
Si conosce, e si rispetta, l'invisibile confine tra lo spazio della lotta politica, il ring in cui pochi colpi sono proibiti, il tempo dedicato allo scontro e, dall'altra parte - fuori, prima e dopo - lo spazio e il tempo della riconciliazione. E a dire il vero l'effetto complessivo e' un po' meccanico, come se dominato da una certa schizofrenia che passa per normalita': prima di sedersi al tavolo del dibattito politico, i candidati si danno la mano, quasi si abbracciano, dopo si sorridono calorosamente, quello che e' in mezzo e' scontro verbale violento e accusatorio. Infine, a elezioni concluse si ringrazia l'avversario per il suo sforzo a favore della nazione, il suo impegno politico, la sua dedizione, gli si fanno i migliori auguri per il futuro, quasi quasi sono piu' le parole spese per l'elogio del (ex) nemico che per l'esaltazione della vittoria. Vedere i discorsi - su CNN o youtube - per credere.
La causa di tutto cio' credo si perda nella notte della storia americana e nelle pieghe della sua vita quotidiana, e rimane una delle cose piu' interessanti di questo posto. By the way, il discorso del vincitore e' veramente emozionante, e detto da me che non sono un romantico della politica - che e' e rimane l'arte di Machiavelli, senza farsi troppe illusioni - non e' poco. Come quattro anni fa, la storia "antica" degli US e' l'architrave del periodare; come se la storia fosse sempre qui, non passasse, si conservasse eternamente nel presente. La brevità' della storia statunitense e' inversamente proporzionale alla capacita' di rievocarla: qui tutto ha sempre a che fare con i padri fondatori e con il loro progetto per un'America 'eterna'. Di questo archetipo fanno parte per diritto vincitori e vinti, e quando l'agone si chiude, e si esce dall'arena, lo scontro e' semplicemente finito, e quasi per incanto ci si riconosce parte della stessa grande squadra: cose, appunto, dell'"altro mondo".
Oggi parlavo con gli studenti dei conflitti civili nei comuni medievali e di quanto questi conflitti non avessero praticamente termine. A loro, americani, e' scappato un sorriso: in cuor loro si saranno chiesti come si fa a scannarsi in tutti i modi possibili e immaginabili, senza sosta per secoli in un paese che si attraversa in qualche manciata di ore di macchina. Peccato che ci vorrebbe piu' di un corso di italiano per capirlo.


martedì 6 novembre 2012

Io vengo dalla luna

Recentemente ho scoperto che solo circa dieci "grandi elettori" in tutta la storia degli States hanno 'tradito' il mandato elettorale votando per il presidente dell'altro partito. Allora mi sono divertito a fare un esperimento mentale. Mettiamo che in Italia si votasse allo stesso modo, cioe' in due turni: prima votano gli italiani di ogni regione - per trovare un equivalente dei singoli stati americani - per dei candidati scelti dai partiti, poi questi votano per un primo ministro o presidente della repubblica. Un mese di tempo circa divide il primo turno dal secondo. I delegati votati si sono impegnati a votare a loro volta qualcuno, e dunque a non tradire la fiducia del cittadino, ma tecnicamente sono liberi per costituzione di fare come vogliono e, ad entrambi i livelli, il voto e' segreto. Che succederebbe nell'Italietta di sempre? Mai sentito parlare del trasformismo? Ma si, quel bel modo di navigare attraverso la politica che abbiamo inventato noi piu' di cent'anni fa, per cui essa non e' piu' la platonica "arte della tessitura" - poetica e penelopeica espressione dalle antiche eco - ma l'"arte del rattoppare" dove meglio conviene andare.
E poi mi sono svegliato dall'esperimento mentale e mi sono detto: in sto paese di 300 milioni di persone, 538 delegati del popolo in giro per un mese prima di dare il loro voto al candidato presidenziale, il capitalismo che scorrazza e i soldi che girano introno alle campagne elettorali, ecc. ma veramente in piu' di duecento anni di elezioni presidenziali hanno cambiato bandiera all'ultimo i candidati che si contano sulle dita di due mani?! Altro che imperativo categorico, qui e' al lavoro un gene nordamericano che muta la struttura morale dell'uomo moderno, almeno dal punto di vista italiano. Voglio dire: con una manciata di settimane a disposizione e tutti sti soldi in giro, che cosa puo' essere tanto forte da frenare la natura banderuola del politico? E mentre cio' nel pensier m'impazza, mi vergogno pure un po' del mio dubbio di matrice italica. Ma chi proveniente dal bel paese non si sorprenderebbe?
P.s. A proposito di elezioni: speriamo che questo giorno finisca bene; per i prossimi si vedrà.

sabato 3 novembre 2012

Cibo o collanine?

Il supermercato statunitense è un mondo parallelo ed immenso, e i carrelli che lo attraversano non sono da meno: conterrebbero senza problemi un paio di europei, quattro o cinque cinesi, e forse anche un pigmeo, tutti insieme e senza stare particolarmente stretti. Come si fa a riempire tale abbondanza di spazio con il cibo? Si fa, basta prenderne tanto, soprattutto prima delle storm e degli uragani che si ostinano ad attraversare un paese dove i fili della luce sono appesi per aria e sui quali crolla sistematicamente un albero (perché, poi, nel paese dove gli alberi cadono così spesso si sia deciso di far viaggiare gli elettroni tra i rami rimane, per me, un mistero). Ma l'essenza dell'esperienza del "grocery shopping" si raggiunge quando si tenta di capire cosa ci sia esattamente nei carrelli altrui.
Il mio passatempo preferito, navigando attraverso i supermercati per ragioni di sopravvivenza, è guardare di cosa si cibano gli altri. Non so, è una specie di voyerismo alla ricerca di accozzaglie sempre più indecifrabili. Il fatto è che questi prodotti alimentari, o comunque li si voglia chiamare, visti sugli scaffali ben ordinati non fanno impressione: stanno lì tutti in fila, colorati, di bella presenza, quasi ti scordi che sei al supermercato e ne ammiri la varietà, le forme strambe, le confezioni creative e nell'immaginare cosa ci possa essere dentro il pensier si perde... Ma quando poi li vedi buttati lì nel carrello di qualcun altro, ti svegli e ti ricordi che quello è cibo, sì insomma, lo chiamano così e c'è pure chi lo mangia.
A volte mi devo controllare, perché mi accorgo che qualcuno mi guarda strano, perché io guardo strano il "cibo" nel suo carrello, e allora capisco che ho appena avuto una crisi acuta di voyerismo e che sono stato scoperto e allora, tentando una goffa ritirata, mi guardo il mio di cibo nel mio carrello e ... m'annoio: lattuga, latte bianco, un pacco di pasta che tenta di farsi bello in confezione rossa (ma che rimane sempre la semola che è), e così via.
Al termine del viaggio, quando sto per riposare il gigantesco carrello di cui non riesco mai ad onorare degnamente la capienza, una domanda continua a frullarmi in testa: quanti colori possono avere i cereali prima che si trasformino in cerchietti per fare collanine? Poi ricordo che sulla scatola c'è scritto "real food" e allora mi acquieto.

sabato 6 ottobre 2012

la retorica e il pollo fritto

L'America e' in fermento per l'ultimo tratto decisivo della campagna elettorale. Questi sono i momenti in cui vale la pena stare alla finestra a guardare i fenomeni di questo paese - e che fenomeni! Oggi, ad esempio, mentre giravo per un quartiere afroamericano - si perche' qui perlopiù si va ancora a quartieri etnici - vengo fermato da una gentile signora attivista che sbandiera il nome di un candidato per il Congresso e distribuisce volantini. Non rifiuto l'invito a prendere il mio, ma chiarisco che venendo da fuori non voto e che la mia e' solo curiosita'. La tizia mi chiede di dove sono e, dopo qualche chiacchera, mi invita comunque a passare a vedere il candidato, visto che e' di origine siciliana. Leggo meglio il nome e mi accorgo in effetti che si tratta chiaramente di uno di origine italiana, quando dal nome passo a quello che c'e' intorno mi rendo pure conto che si tratta di un repubblicano... sbandierato e urlato in un quartiere nero?! Bah... come dice compiaciuta e sorpresa la nonna iperconservatrice nella serie TV The New Normal quando si accorge che alla festa c'e' un afroamericano repubblicano: l'ho sentito dire ma credevo fosse una leggenda...
Tornato a casa mi rimetto a seguire il dibattito sulla CNN sul primo incontro faccia a faccia tra i due candidati presidenziali, che ha regalato non poche sorprese al pubblico statunitense. Ci si interroga su ogni minimo dettaglio di quel evento: linguaggio verbale, corporeo, antecedenti, abbracci finali alle mogli; tutto ha o deve prendere un senso, anche perche' lo spettacolo deve continuare almeno fino all'arrivo del prossimo incontro tra i due. Tra i vari interventi, ascolto una giornalista che si avventura in un confronto diacronico, mostrando che il candidato repubblicano ha vinto l'incontro nonostante abbia detto cose opposte a quelle dette qualche tempo prima in un altro dibattito. E si meraviglia che questa cosa non abbia praticamente inciso sul voto dei telespettatori a suo favore. A parte che il senso diacronico non e' quello piu' sviluppato da queste parti - un giorno sentii di uno studente del college che ipotizzava un influsso di Petrarca su Dante, e non scherzava -  ma soprattutto si dimentica qui un principio enunciato circa 25 secoli fa dalla retorica greca: l'uditorio ha memoria brevissima e raramente mette a confronto argomentazioni opposte fornite in momenti diversi dallo stesso oratore, soprattutto quando e' galvanizzato dalla performance del momento, proprio perche' e' catturato dall'istante. Avviene qui come in Italia e in tante altre parti del mondo piu' o meno civile. Ma insomma, ci si aspetta che il votante - in qualsiasi nazione e per qualsiasi partito voti - si avvalga del principio di non-contraddizione per misurare il livello di coerenza nella storia delle performance di ogni candidato? E' come se prima di mangiarsi il pollo fritto uno si mettesse ad indagare il livello di grassi saturi e insaturi e l'impatto che hanno sulla salute; e che ci faremmo poi con l'industria dei polli?

martedì 25 settembre 2012

non si dice

Russell Peters ha un facciotto simpatico e sembra nato per ridere e far ridere, con intelligenza. E' un canadese di origine indiana specializzato, se esistono specializzazioni nella commedia, in comparativistica culturale. I suoi spettacoli, molti dei quali reperibili su youtube - e vi consiglio di dargli un'occhiata - sono ispirati a situazioni vere e molto drammatiche, scottanti questioni razziali che un paese come gli US dovrebbe aver risolto da tempo. Russell affronta tali spinosi problemi, che spesso sono esclusi dai salotti del politically correct, usando espressioni linguistiche ormai bandite dalla lingua quotidiana, ma ammesse nella commedia per riflettere ridendo - e scommetto che ha avuto piu' di un incontro con avvocati e affini per tutto cio'. Ci sono parole che non si dicono, nemmeno dentro la propria testa, perche' usate fino a poche decine di anni fa per insultare una larga porzione di cittadini. Tali espressioni, che per chi viene dall'Europa potrebbero non costituire un tabu', e' bene conoscerle, magari leggendo piu' che andando a chiederle in giro, per garantirsi una certa serenita' sociale su territorio statunitense.
Un giorno un caro amico americano mi mostro' un epiteto sulla pagina del romanzo To Kill a Mockingbird di Harper Lee - da cui e' stato tratto un bel film - sussurrandomi di non pronunciarla mai, per nessuna ragione al mondo. E mi sono accorto di quanto avessi introiettato quell'imperativo - veramente categorico - quando l'ho sentita pronunciare da Peters nel suo show in un contesto che denunciava, con un sorriso, la verita' dei rapporti razziali in questo paese. La prima cosa a cui ho pensato e' "ehi! non si dice", poi ho ripreso coscienza: si trattava solo di satira sociale. E a buon fine.

mercoledì 22 agosto 2012

traslochi

Questa e' l'estate dei traslochi e delle partenze. Qui abbiamo totalizzato un trasloco da Roma - il secondo dallo stesso appartamento di 2 anni fa - con carico da inviare in US. Intanto avevamo lasciato in sospeso il trasloco baltimorense da un appartamento all'altro, in altri termini la nostra roba era sparsa da amici e conoscenti in città in attesa del nostro ritorno per essere infine messa nella nuova casa - cosa avvenuta nei giorni scorsi. Sul fronte partenze... beh devo dire che parecchi partono per altri lidi: Qiqi, la storica amica con la quale Giulio aveva condiviso i primi anni di scuola e le prime difficoltà linguistiche, se ne va definitivamente a Chicago, mentre l'unico bambino del palazzo dove siamo si trasferisce con la famiglia ad Atlanta, in Georgia, e i nostri amici siciliani sono li' li' per andare in Delaware. Ho provato a dire a Giulio che sono tutti posti in fondo vicini, tutti in US, ma per fortuna si e' rifiutato di dare un'occhiata alle distanze sulla cartina geografica: credo che avrebbe avuto una chiara immagine dell'esatto contrario - tranne forse per il Delaware, che in effetti rispetto alle altre destinazioni sembra dietro l'angolo. Intanto qui abbiamo finito di spacchettare e attendiamo pochi altri pacchetti dall'Italia. Dovra' arrivare qualche CD di musica e qualche libro. Abbiamo deciso che valeva la pena  portarsi dall'altra parte dell'oceano la nostra collezione di opere liriche: in fondo sono un pezzo d'anima pure quelle e lasciarle indietro non aiuta a ricomporre i frammenti. E poi ci sono dei libri - come al solito. C'e' n'e' uno che mi e' particolarmente mancato in questi mesi: la racconta dei frammenti e testimonianze dei presocratici curata da Giannantoni. Un testo che non ho esitato ad usare nemmeno per i corsi liceali, fotocopiandolo per i miei sfortunati studenti che si sono trovati di fronte ai versi di Parmenide, gli enigmi di Eraclito e la retorica di Gorgia, senza che nessun programma ministeriale lo richiedesse, ma semplicemente perché la pensavo - e continuo a pensarla - come Giorgio Colli, ovvero che li' si trovi buona parte dell'essenziale filosofico espresso negli ultimi millenni con cui e' necessario fare i conti nel proprio percorso verso la vita adulta. Si tratta del valori educativo delle idee, quelle strane presenze invisibili che attraversano lo spazio e il tempo senza farsi notare, finche' non esplodono nell'animo di un popolo o di una persona e voltano le pagine della storia collettiva o individuale. In fondo e' per un mucchietto di idee che ora sono qui piuttosto che sulle sponde del Mediterraneo. Sono un po' come le nuvole, non gli dai peso quando sono sparse, poi all'improvviso si addensano fino a farti precipitare la pioggia in testa, a quel punto ti sposti, magari per evitare i fulmini, di qualche passo... o di migliaia di chilometri.

martedì 7 agosto 2012

partire e' un po' morire

E' una frase banale, ma tutto sommato vera. Cosi' vera, almeno per il linguaggio dell'anima, che nell' affascinante simbologia creata da Jung potrebbe far parte della più larga allegoria del viaggio come immagine della vita. Più si allontana il momento della partenza da Roma, più mi accorgo che tutto cio' e' soprattutto un fatto dell'anima; voglio dire una questione allegorica. A conti fatti, e materialisticamente parlando, si tratta di quattro valige da mettere insieme e molta fatica per organizzare un viaggio che non e' una vacanza di qualche giorno, ma tutto cio' e' solo la periferia del fenomeno. L'epicentro e' in cio' che esso significa, nel suo lato invisibile, nei processi traumatici che mette, o rimette in moto. E' di nuovo il sentimento del dover lasciare, che rimanda alla provvisorietà dello stare in un luogo, che riflette la transitorietà percepita nell'essere... un essere umano, che scava all'interno delle nostre paure di lasciare i luoghi natii per terre straniere, che rimanda a chissà che diavolo d'altro che non riusciamo nemmeno a pescare con le nostre più raffinate arti psicologiche - diceva il lungimirante Eraclito: all'infinito cercherai i confini dell'anima e mai li troverai... un monito per tutte le nostre scienziucole che pretendono di dare schemi chiari e finiti della psiche.
Un giorno lontano ascoltai a Roma Tre, a dire il vero un po' annoiato, una mezza conferenza di Remo Bodei, il quale si affannava a spiegare perche' a suo avviso il viaggio e tutti i suoi rituali sono una perfetta metafora della vita, dalla culla alla tomba. Ora capisco che era il rispettabilissimo tentativo di un uomo, prima che di un filosofo, di razionalizzare i traumi del suo passaggio da Pisa a Los Angeles, ormai molto tempo fa. Quando si viaggia si vive e si muore molte volte. Si passa attraverso l'inferno degli addì e dei distacchi e si riemerge in nuove terre. Quando penso all'andare e venire tra gli US e l'Italia, mi viene in mente il destino di Proserpina. Ella, rapita da Ade, fini' per vivere parte dell'anno in un mondo e l'altra parte nell'altro. Quando moriva per l'uno, rinasceva per l'altro, e viceversa. Esattamente di questo si tratta: dopo un paio d'anni di intensa permanenza in un posto, esso e' in un certo modo casa, ma lo e' in altro modo anche l'altro.Su entrambe le sponde, ti sembra di non aver mai salutato abbastanza tutti quelli che avresti voluto, e qualcuno magari non hai nemmeno fatto in tempo a sentirlo, magari ci si era ripromessi di vedersi, di incontrarsi almeno una volta o magari più spesso di quanto sia avvenuto... Tutto non e' stato abbastanza: le passeggiate con gli amici, le visite di genitori e parenti, i gelati presi insieme. E pero' sarebbe cosi' anche se cio' fosse avvenuto per centinai e migliaia di volte, perché anche questo gioca su di un piano allegorico, e' tutto segno d'altro, dell'ansia che da' l'improrogabilità del partire, del lasciare per passare dall'altra parte. Se amassi le etichette psicologiche, chiamerei questo il "complesso di Proserpina", e magari ci scriverei sopra un librone pallosissimo sui simboli del lutto, infarcito di infiniti discorsi intellettualoidi - di quelli che si vedono sempre più in libreria. Ma visto che di etichette ne ho abbastanza - e di mattoni libreschi pure - ci scrivo solo queste poche righe e il resto me lo vivo sulla pelle. In fondo me lo sono cercato, e quello che ho ottenuto contribuisce a farmi sentire vivo. Carattere o destino? E' il solito dilemma racchiuso nella storia del cavallo di Samarcanda... ma, vista l'ora, si tratta di una storia per un'altra puntata.

martedì 3 luglio 2012

Roma

Devo dire la verita': la prima cosa che ho pensato sbarcato a Fiumicino e' stata "ma perché non ho preso un aereo per la California?". La città in questi due anni non mi e' mancata e la voglia di tornare era tiepida... per una serie di ragioni che includono il modo in cui me la immaginavo peggiorata - vedrò se era solo immagine o anche realtà. Prima di partire ho letto del film di W. Allen su Roma e le critiche di Verdone al film e al regista. Diciamo che mi immagino un certo occhio americano sulla capitale e quanto esso possa essere superficiale, quando da' il peggio di se', ma che il pacato Verdone si metta a fare lo Sgarbi maleducato e irriverente per l'occasione non mi sembra proprio il caso, e poi non mi sembra che lui abbia dato negli ultimi anni immagini particolarmente 'vere' della città'; comunque, sia Allen che Verdone non aggiungevano molto alla mia tiepida euforia per il viaggio romano.
La seconda cosa che ho pensato e' stata che volevo 'rivedere' il più possibile, tutto quello che si può concentrare in pochi giorni. Insomma una specie di voracità che prende chi sa di trovarsi di nuovo al centro del mondo - o almeno di uno dei mondi che furono - e che vuole riportare via più esperienze possibili. Il camminare, ecco, il girare a piedi per vicoli, piazze, tra luci, tra una sponda e l'atra del fiume e' un modo per fare bottino di immagini e sensazioni. Ho portato con me solo due libri: Julian di Gore Vidal, e Why I am not a Christian di B. Russell, come e' stato per altri libri che ho preso e lasciato in giro tra un paese e l'altro, mi accorgo solo dopo che le scelte non sono casuali. Quei libri in transito descrivono in quale modo il mio viaggio: le aspettative, le tensioni, l'astio, i nodi irrisoti, cio' da cui fuggo e cio' che cerco. Essi sono muti testimoni dell'animo che porto con me. Puo' essere che sia solo una lettura retrospettiva, di quelle che Berson chiamava ricostruzioni ordinate a posteriori di cio' che, all'origine, non ha alcun ordine. Ma che le cose abbiano o ottengano un senso non ha poi cosi' importanza, visto che il risultato pratico non cambia: guardo i libri che ho con me e vedo chiaramente da quale Roma sono andato via, e quella che voglio rivedere il più possibile.
Vorrei non dormire per captare il più possibile saltando da una parte all'altra della città - e a dire il vero, dovunque sono, il dormire mi sembra sempre più una perdita di tempo, specialmente quando di tempo ce ne e' poco.
Intanto stanotte Roma e' immobile in un clima perfetto - e che durerà poco, temo - mentre scrivo, intorno ho un  storia millenaria immersa nel buio, cosa scontata per chi vive qui sempre, ma e' esattamente cio' che rende euforico il visitatore momentaneo. Si dice che Carl Gustav Jung non riuscì mai a raggiungere Roma: svenne prima di entrarvi per eccesso di... storia condensata in un sola città, come a dire troppa densità per essere sopportata da chi e' particolarmente sensibile a cio' che lascia il passato. Il turista occasionale sviene al massimo per il caldo estivo, e' vero, ma la sua - la mia - euforia da bambino nel parco della storia universale e' una realtà. State lontani per un po' e poi mi direte.

mercoledì 30 maggio 2012

Scogliattoli di citta'

Per chi approda negli States per la prima volta, una delle prime sorprese e' ... lo scogliattolo di città.
Si, perche' qui, per motivi a me sconosciuti, questi roditori sono ovunque, lo sono in modo discreto, tanto che si pensa che siano muti. In realtà sono più che loquaci, direi quasi strilloni, in alcuni momenti della giornata, quando dagli alberi arrivano suoni che uno direbbe di qualche volatile tropicale ... e invece no, sono proprio i piccoli roditori dalla coda arruffata che si sgolano per chissà che cosa.
Lo scogliattolo americano di metropoli e' veramene d'appertuto e nelle citta' più caotiche e affollate e' particolarmente coraggioso: mi ricordo un incontro ravvicinato al Central Park di NYC, dove il roditore, senza timore, ci si fece avanti in cerca del panino, quella volta fummo noi ad indietreggiare. Anche perché hanno quello sguardo fisso che sembra chiederti insistentemente cibo, e i denti pronti ad afferrarlo, ergo se lo scogliattolo non si muove, meglio muoversi per primi.
Quelli di Baltimore mi sembrano più discreti, anche se sempre ovunque: alberi, tetti, pali, marciapiedi, fili della luce e del telefono... da vero funambolo lo scoiattolo non si ferma di fronte a nulla, a limite si accomoda su un ramo in attesa che tu passi - come spesso fanno con Giulio quando tenta di avvicinarli.
Quelli di Washington DC sono poi stranissimi. Una volta ne ho visto uno sul marciapiede di una strada affollatissima di gente e macchine, immobile tra un alberello ingabbiato e un vaso di terra sul ciglio della strada. Credo che in quel posto non fosse completamente a suo agio, ma il dilemma e' come ci e' arrivato? Che il roditore della capitale sia dotato di poteri speciali, volo, jumping?
Nel paese dei supereroi ci si aspetta questo ed altro.

giovedì 5 aprile 2012

Undicesimo: non dimenticare...

La moda degli anniversari in Italia tocca molti - papi, presidenti, risorgimentali - e sfiora o ignora alcuni, quelli sui quali la memoria e' meglio non esercitarla troppo. Il 24 maggio di 20 anni fa entrai in classe in una scuola, in un paese in lutto: il giorno precedente il giudice Falcone era morto nell'attentato di Capaci. Di quella mattina ricordo il mediocre discorsetto di circostanza della professoressa di scienze. La signora non mancava mai di ricordarci che lei era destinata all'alta ricerca, ma per sventure varie si era dovuta accontentare dell'insegnamento - non ho mai capito se lo dicesse per invogliarci alla ricerca o per comunicare garbatamente il suo tiepido attaccamento a noi studenti, anche se propendo più per la seconda. Comunque bisogna dire che fu l'unica a spendere due parole per avvisarci che lo stato - cioè tutti noi - aveva subito un colpo mortale. La signora dimentico' di dirci il resto della verità. Nessun altro docente - che io ricordi - spese una mezza attività per ricordare il magistrato o per porre all'attenzione il tema della mafia; che so, qualche lettura critica, un documentario, la lettura di un romanzo di Sciascia. Niente. L'evento era gia' dimenticato. E continua ad esserlo, tranne qualche ritualetto di circostanza. Stessa storia per il magistrato Borsellino.
Il corso di italiano a Hopkins prevede un'unita' sulla storia della mafia e sull'attività dei due magistrati. E' forse la parte più educativa - culturalmente parlando - di tutto l'anno e i ragazzi la seguono con interesse, ma ci sono delle cose che gli rimangono profondamente oscure. Un giorno chiesi per quale ragione secondo loro la mafia convive con lo stato praticamente dalla sua fondazione, senza reale soluzione di continuità. Mi hanno tirato fuori una serie risposte raffinate e corrette, ma hanno completamente saltato quella principale. Ci sono voluti un paio di giorni di riflessioni per focalizzare il nesso tra politica e mafia. Eppure lo avevano sotto gli occhi nella storia che avevamo appena percorso: il caso Notarbartolo, l'azione Mori, i delitti sospetti ecc. Gli studenti sono bravi e avevano studiato, ma e' come se avessero  costantemente rimosso quel nesso.
E il problema e' esattamente questo. Si dimentica che i due più gradi servitori che lo Stato italiano abbia mai avuto sono stati vittime dell'abbandono e del tradimento. Proprio in questi giorni, ripercorrendo i documenti e il materiale da presentare in classe, vengono i brividi a rivedere tutta la tragedia annunciata. Dopo la morte di Falcone le parole di Borsellino si fecero più dure verso chi aveva fatto poco in un senso e forse qualcosa di troppo in un altro senso. E' esattamente questo che non bisognerebbe dimenticare, seppure e' difficile da digerire, che non si può proprio dire che i due magistrati abbiano riposto le loro vite in mani istituzionali sicure.
Sarebbe bello se quest'anno le scuole e le università - se non le istituzioni politiche - gli studenti, se non i professori, ricordassero Falcone e Borsellino, non onorandoli con parate o discorsetti, ma con l'informazione e la riflessione attenta su quegli eventi di 20 anni fa.

sabato 24 marzo 2012

Luce dall'ovest

Negli States ho imparato che la storia non si capisce sui libri, ma facendo passeggiate e osservando... tutto: sopratutto i dettagli. Per capire l'idea di impero nel sangue e nelle ossa dell'America non bisogna leggere tomi di saggistica, basta camminare a Washington DC tra il Lincoln memorial e il Capitol al tramonto. A quell'ora il marmo bianco degli edifici si impone allo sguardo: i capitelli dorici o corinzi, i bassorilievi, le colonne e le immancabili aquile sono la testimonianza di quanto la grandeur della capitale - copia in grande scala di quella parigina - sia scritta nei suoi edifici. L'altro ieri camminavo tra l'enorme statua di Lincoln da un capo e il Congresso dall'altro, e man mano che avanzavo mi rendevo conto che il rapporto tra la luce proiettata dal tramonto e la disposizione di tutto il complesso degli edifici - musei, amministrazione, uffici governativi ecc. - non e' casuale: la facciata frontale del Capitol guarda a Ovest e alla sera i centinaia di metri quadrati del suo marmo bianco sono come un faro che riflette la luce verso l'orizzonte. Per legge nessun edificio a WDC può essere più alto del Capitol e quindi non esistono grattaceli: tutto e' basso e la luce circola liberamente in senso orizzontale, e non in fessure come accade a New York. Un enorme bussola di bronzo in terra sul piazzale retrostante il Capitol conferma che tutta la lunga passeggiata - un parallelepipedo di qualche chilometro quadrato che ospita piscine, giardini, fontane, papere, cigni e rari alberi orientali - e' orientata da Est a Ovest. Il Congresso fissa l'Ovest , guarda la frontiera da quando il complesso e' stato costruito, cioè da quando la frontiera era ancora ferma ai confini naturali dietro a Baltimore. La frontiera ad Ovest, da guardare e superare, fa parte del DNA statunitense ed e' un archetipo cosi potente che ha dato la forma alla capitale. Vederlo scritto a grandi lettere nell'architettura fa un po' impressione: sembra di essere tra un libro di Guenon sulla simbologia delle figure geometriche  e le pagine di Mosse sulla retorica politica nell'architettura. Non si sa se ce' più esoterismo o pragmatismo politico.

mercoledì 15 febbraio 2012

epifanie tardive

L'altra sera ero ad una cena, diciamo un po' di lavoro e un po' di svago - l'ottimo vino rosso ha avuto la sua parte. Eravamo poche persone in un ristorante a Baltimore vicino al campus, reduci da un convegno a Hopkins - roba da rinascimentalisti incalliti. Attorno al tavolo, oltre a me, sedevano un esperto di gnosi ed esoterismo occidentale, uno studioso di storia dell'alchimia, un docente di cultura spagnola e un bibliotecario che gira per il mondo ad acquistare manoscritti e stampe rarissime - grazie al quale qui a Baltimore si trovano tesori inestimabili per studiosi, bibliofili e investitori.
Insomma ero in buona compagnia e la chiacchierata ovviamente riguardava argomenti comuni, intervallata da qualche occhiata smarrita del cameriere, che si chiedeva probabilmente di che diamine stessimo parlando. A dire il vero ci sono dei momenti in cui l'incomprensibilità del codice fa parte del piacere della discussione e rende il tutto più comico: credo che abbiano un piacere simile i matematici quando parlano il loro gergo fatto di numeri e formule, e ridono o si sorprendono alla fine di qualche cifra o operazione detta da qualcuno di loro.
Ebbene, mentre si svolgeva la nostra discussione in marziano a proposito dei tempi e dei modi per ottenere un libro nelle varie biblioteche nel mondo, ho avuto una epifania... una visione che cerco di tradurre in parole comuni: la funzionalità della biblioteca dove passi buona parte del tuo tempo da studente o da ricercatore e' direttamente proporzionale all'incremento della capacita' di pensare ...
Insomma, non si tratta solo di accelerazione dei tempi di produzione di un articolo o di un libro, ma proprio della velocità con cui si connettono le idee e della loro qualità, che dipende dalla velocità' con cui ricevi il materiale per lavorare e della quantità di materiale che puoi tenere contemporanea difronte agli occhi... ok, sta diventando di nuovo linguaggio marziano.
Detto in altri termini: chiunque ha frequentato o lavorato presso le biblioteche nazionali di Roma o Firenze sa bene l'inferno delle attese per avere un solo libro o manoscritto, l'impossibilita' di avere più di un ristretto numero di pezzi tutti insieme di fronte agli occhi e l'assoluta assenza di supporti informatici degni di tale nome. Il risultato di tutto ciò e' che per scrivere un capitolo di un libro o un articolo ci si mettono mesi... anni o semplicemente si abbandona l'impresa. Sbarcati qua succede l'inimmaginabile. La biblioteca di Hopkins - per fare un esempio tra vari - non e' una biblioteca... e' una rete bibliotecaria, connessa con alcune delle maggiori biblioteche della nazione. Puoi tenere per mesi centinaia di libri alla volta a casa. Puoi ordinare capitoli di libri e articoli via online, che ti arrivano in pdf direttamente nella posta elettronica. Il tutto in tempi incredibilmente brevi. Nel giro di pochi giorni hai tutto cio che ti serve per scrivere un intero libro, e ti puoi tenere quel materiale praticamente finche' ne hai bisogno: se nessuno lo chiede, perché restituirlo? Il che non fa una piega - ma bisognerebbe spiegato alle amministrazioni delle biblioteca nazionali italiane.
Tornando all'epifania: tutto questo permette allo studioso di fare connessioni più veloci e di sviluppare idee che altrimenti non verrebbero mai fuori... perché da altre parti, a forza di aspettare un libro, il cervello ti si ammuffisce e quando arriva non serve più ad un granché, perché hai ormai preso troppi caffè per ammazzare il tempo o perché nel frattempo ti sei dato al giardinaggio o qualche altro lavoro dove gli strumenti sono più a portata di mano!
E' incredibile... mi sento veramente un eroe ad aver scritto un libro con il solo uso delle biblioteche italiane, certo ci ho messo una 'vita': un qualsiasi giovane universitario qui ci avrebbe messo un quarto del tempo senza girare come un matto tra treni e metropolitane per raggiungere biblioteche preistoriche.
Le epifanie tardive... ma meglio tardi che mai - o almeno così mi consolo.

giovedì 26 gennaio 2012

L'America non e' l'Europa... ma dai!

Dalla letteratura di viaggio alla vita quotidiana, lo sguardo dell'uomo europeo si stende sul territorio statunitense con senso di superiorità e deluso da quello che vede; come a dire "ma questo posto non e' proprio l'Europa...".
Venire negli States e storcere il naso perche' non si trova l'Italia o la Francia e' come andare in pescheria e lamentarsi perche' non c'e' verso di comprare una bistecca di manzo.
Gli States non solo sono un paese 'nuovo', ma anche immenso, in cui la gente - americani e non - si muove molto frequentemente e su distanze lunghe, ben più' di quanto avvenga in Europa. Ne e' prova la facilita' con cui si affitta un appartamento, l'ampio mercato di macchine usate - che si comprano quando si arriva e si vendono quando si parte - e altre cose simili. L'omogeneita' delle strutture, delle procedure, dei panorami, delle forme di espressione ha la stessa funzione che hanno il dollaro, l'inglese e la bandiera a stelle e strisce. Non e' solo una questione di patriottismo: se qui ogni cosa fosse diversa da stato a stato, i milioni di cittadini che attraversano questo paese in lungo e largo impazzirebbero ad ogni spostamento. L'uniformita' qui e' una necessita' vitale. Cio' che stufa il turista che passa un mese negli States, permette ai residenti di sopravvivere alla vita quotidiana.
E' vero, le french fries che mangi a Boston sono le stesse che il giorno prima hai mangiato a Baltimore e l'autostrada che va da NYC a Orlando in Florida non cambia mai: stessi motel, stesse gas station, stesso asfalto. E sarebbe del tutto illogico il contrario.
Le grandi metropoli rappresentano il massimo della diversita' a breve distanza; basta pensare a Baltimore e Washington: due realtà' completamente diverse a quaranta minuti di treno l'una dall'altra. Eppure c'e' sempre un grande impegno per farti ricordare - quasi rassicurarti - che sei sempre negli States, dall'Atlantico al Pacifico.
Tutto questo permette al viaggiatore di ritrovarsi sempre a 'casa', in un paese in cui ci si può sentire continuamente sradicati dal proprio ambiente: appena ti sei costruito un tessuto di rapporti sulla East Coast per qualche ragione ti ritrovi in Colorado, sui Grandi Laghi o in Oregon.
La bandiera nazionale sul porch e il il canestro nel front yard, la brodaglia che chiamano caffè americano e l'insegna luminosa del fast food, e molto altro serve a dare un minimo di stabilita' all'anima e al corpo dell'America. Pensare che tutto questo sia monotono non aiuta a capire questo paese.

sabato 14 gennaio 2012

L'America da ridere

Ma l'uva senza semi c'è anche in Italia? Dico: a parte la cosiddetta 'pizzutella'.
No, perché l'America vende solo quella 'snocciolata': bianca, nera, metà e metà, di tutti i colori, ma comunque senza semi. Mi continuo a chiedere come diavolo facciano a ripiantarla, cioè, voglio dire la canzoncina "... per fare l'albero ci vuole il seme, ecc." è sempre valida - tranne che per la 'pizzutella' di cui sopra, che infatti sin da piccolo ho considerato un po' magica - o no?
Se poi vuoi un po' di acqua minerale naturale - per mandare giù i semi che non ci sono - o ti compri i filtri o ti compri l'acqua imbottigliata da altri, che è presa dal rubinetto e filtrata con gli stessi filtri che ti saresti comprato tu. Sull'etichetta delle bottiglie non c'è scritto praticamente niente (sapete tutte quelle cose tipo 'residuo fisso', 'sodio', ecc. che abbiamo noi) tranne che ... è priva di zuccheri e di calorie ... ma che è una Diet Coke?!
Se invece hai deciso di mangiare qualcosa di buono, segui come un segugio le pubblicità che dicono: "con vera crema", "con vera fragola", "con vero..." un accidente che gli piglia! Ma perché se non c'è scritto o non lo dicono è sottinteso che 'è finto'? ... Ecco perché l'uva non ha i semi...
Ma lasciamo il cibo e passiamo ad altro, per esempio... la "tazza di Linus", sì, ho rinominato così ogni oggetto contenente liquido che l'americano di ogni età tende a portarsi in giro qualsiasi tempo faccia - ho visto dei funamboli durante l'uragano che non vi dico: capaci di mantenere in mano qualsiasi contenitore. Una volta una madre di un compagno di scuola di Giulio arrivò con una tazzina da espresso con piattino... ma come si fa, voglio dire come si fa a non farla cadere mentre si corre a portare il figlio in classe alle 8 di mattina. Altri sfidano di meno la forza di gravità e vanno in giro con i termos. E mentre le mamme e i papà si portano la tazza di Linus, i figli sono mandati in giro in maglietta a maniche corte... con qualche grado intorno allo 0 e magari qualche fiocco di neve; sì, perché, vedete... è un fatto di abitudine, come gli studenti che indossano le infradito a Gennaio e poi mi starnutiscono in classe un giorno sì e l'altro pure... basta abituarvisi.
Non mi viene in mente altro, ma semplicemente perché è troppo tardi ed è stata una giornataccia... magari la prossima volta.

martedì 10 gennaio 2012

... non diciamo eresie ...

A volte le cose da lontano si vedono in una prospettiva diversa, non so se meglio o peggio. E sorgono dei dubbi di quelli che non dovrebbero più occuparci la testa, di quelli che dovrebbero essere messi da parte dalla nostra splendente modernità. Insomma, cose gia' assodate o semplicemente ormai assunte a dogma di un'epoca che non si puo' più permettere lo scetticismo su certi temi.
Mettiamo che un nuovo governo sia in grado - se lo e' - di rimettere a posto i danni di almeno 20 anni di cattiva gestione, prendiamo atto che lo stesso governo non e' stato scelto dal popolo sovrano, allora c'e' una buona possibilità che il popolo sovrano abbia dei problemi a fare delle buone scelte. Accidenti! Non e' che ci va in crisi il primo assioma di ogni sistema democratico, quello consegnatoci dalle rivoluzioni moderne?! Si', intendo proprio quello al quale non possiamo certo più rinunciare - pena un passo indietro di secoli. Quella luminosa regola aurea che recita "la maggioranza ha sempre ragione". Intendiamoci bene: non sto qui a dire che sia vero il contrario: mi cadrebbe sulla testa una ghigliottina di quelle che non si vedono da piu' di due secoli. Di più: io mi prostro umilmente di fronte alla divinità di ogni costituzione moderna; riconosco l'onnipotenza della maggioranza, temo la sua vedetta, ed Ella e' per me un Dio degli eserciti, lo stesso di Giobbe e del sacrificio di Isacco... insomma ci siamo capiti.
E' solo che quella ipotesi di cui dicevo all'inizio, cioè che per scegliere bene si debba escludere il voto popolare, come e' stato fatto, mi occupa abusivamente la testa come un odiosissimo tarlo. Non che quelli che inneggiano alle elezioni anticipate lo facciano per amor di popolo, figuriamoci... Ma ciò non toglie che siamo nel paradosso di una repubblica che per risollevarsi deve mettere da parte il suo popolo sovrano. Come la mettiamo?
L'avete sentita La marchetta di Popolino di Caparezza... non ce l'avra' mica con lo stesso popolo votante, perche' se cosi' fosse il suo "Sogno eretico" lo sarebbe più di quanto i campioni della democrazia moderna possano tollerare! Che vorrebbe dire? Che la maggioranza puo essere malata dei peggiori vizi sociali? Che il popolo non e' per natura il più saggio dei soggetti politici? Che il popolo può essere contagiato da una "malattia morale" tipo quella diagnosticata da Croce?
Per non parlare di Cristicchi e della sua censuratissima canzone Prete, che dà un affondo nelle viscere dell'anima popolare, mettendo in crisi la maggioranza, la sua dubbia moralità e quella delle sue guide spirituali di quartiere... Non c'e' più religione! Direbbe la saggezza popolare...  quella che non prevede contraddittori, e che ha sempre ragione qualsiasi cosa faccia.
Attenzione: l'Italia non e' il paese giusto per gli eretici, di nessun tipo, e nemmeno per gli scettici, qualsiasi dubbio possano avere.
La maggioranza e' un idolo come gli altri, diceva Nietzsche.
La maggioranza vive nella perenne adorazione di se stessa, diceva Tocqueville.
La maggioranza decide che non può essere messa in dubbio, punto e basta, dice un anonimo.

domenica 8 gennaio 2012

L'italia nell'immaginario altrui

Generalizzerò... ma non credo di allontanarmi troppo dalla realtà. Quello che sento dalle parole degli americani o inglesi che parlano dell'Italia è sempre un quadretto tutto fiori, luce e panorami, nella versione più sublimata, o cibo e bella vita al suon di serenate per i più materialisti. Insomma, continua ad essere in sostanza quello che raccontano i viaggiatori letterati da un paio di secoli a questa parte; Nathaniel Hawthorne è un ottimo esempio, quasi un archetipo del modo in cui l'americano sente l'Italia. Il suo The Marble Faun è ben più che centenario ma è anche attualissimo per il modo in cui l'Italia è sognata dagli stranieri, tra il gotico, il trasognato e il romantico.
E' uno dei motivi, credo, per cui al pubblico americano piace tanto La dolce vita di Fellini, che sta alla vera realtà romana come un sogno sta alle percezioni che l'hanno ispirato. Fatto sta che quel film, tanto per fare un esempio, è spesso il solo frammento di Italia che vive nell'immaginario dello studente medio di college: tutto il resto riguarda il cibo, come potete ben immaginare... Ma il contagio da Belpaese tutto meraviglie e spontaneità affligge in modi diversi anche gli adulti. Ieri a cena da amici - non faccio nomi, non si sa mai - un distinto signore inglese - a dimostrazione che non è solo un problema americano - parlava di una sua visita a qualche isola della costa amalfitana come se avesse attraversato il paradiso dell'Europa e, visto che l'esperienza era andata così bene, aveva deciso per la prossima estate un romantico giro nell'entroterra campano, nei villaggi più lontani dal turismo... sì, magari a Casal di Principe, a visitare il set di Gomorra... ma ci rendiamo conto! Io e Monica abbiamo tentato di spostare il suo progetto suicida in Basilicata, non so... tra i sassi di Matera, per esempio, dove il rischio di tornarsene sano e salvo in UK è più alto. Abbiamo già un esempio di altri amici del nord Europa finiti con una pistola puntata alla tempia perché s'erano fatti prendere dalla febbre del giro in Campania.
E' sempre la stessa storia: la sindrome del romantico paese del sole e dei limoni, tutta natura e genuinità di costumi, dove la gente è spontanea, cordiale e vera, e basta: un ritrattino monocromatico, abbastanza piatto, quasi stucchevole, che si ripropone a discapito della complessità del nostro paese, che è bello e dannato come gli eroi di Scott Fitzgerald, alle prese con nodi inestricabili come i labirinti di Borges, e non più tanto ben disposto a coccolare il turista di turno.

domenica 1 gennaio 2012

Terra d'ombre

Ci sono luoghi di Baltimore dove gli uomini sono ombre, sagome nere che attraversano le strade, stanno immobili agli angoli degli incorci, fissano il vuoto, o aspettano altre ombre. West Baltimore è uno di quei luoghi. Il 25 dicembre ci è capitato di passare di là, per una strada già fatta - come Alessia ben sa - e che non avremmo dovuto rifare, ma chi ci pensava più. Eravamo diretti a Washington DC per vedere degli amici e la strada più' breve era quella - mai fidarsi troppo di google maps! Giulio era impegnato in qualcosa di suo, Monica ed io eravamo impegnati a non apparire quali eravamo: fosforescenti.
Il 25 matttina c'era un sole invernale che fa venire voglia di guardare, ma quello che vedevamo non era gradevole. Il 25 dicembre a West B. non è né Natale né un altro tempo dell'anno: è semplicemente il tempo di chi non guarda né indietro né avanti. Lì la luce del sole sembra più fredda che altrove, una luce surreale, che evidenzia le sagome immobili o lente, spesso curve, con volti coperti che non si sa cosa fissino, e che e' meglio non fissare. Le macchine sembrano troppo lente, i semafori troppo lunghi, gli incroci troppo vuoti o con presenze che non vorresti accanto a te mentre aspetti il verde. Le strade sono lunghe, tutte uguali e dividono block che non hanno nulla di particolare. Una delle sensazioni più forti è che la strada sia troppo lunga, che la allunghino come un elastico lì per lì mentre la percorri e che con la strada si prolunghi lo spettacolo sui marciapiedi.
West B. è ciò che magari dimentichi per buona parte dell'anno - e forse proprio per questo capita per caso di ripassarci - ma che è sempre lì, a poche miglia dai college con l'erba tagliata al punto giusto e da Roland Park con le sue townhouse gioiosamente decorate a festa come la case delle bambole: tutte diverse per dare un grazioso spettacolo ai passanti. A Roland Park i cittadini si preoccupano di fare buona impressione al prossimo, a West B. le ombre aspettano ancora di diventare esseri umani.