UStories
venerdì 8 maggio 2015
Dimmi da dove conti e ti dirò da dove vieni
Leggo un articolo sul The Economist, comodamente seduto con un pacchetto di chips al mio fianco (negli US mangio sta roba senza alcun ritegno … lo so, il colesterolo, ma non ci voglio pensare J) e incappo in una vignetta satirica su Obama e lo zio Sam, carina, forse un po’ scontata, ma soprattutto … sbagliata, iconologicamente parlando, perché mostra un americano – Mr. President – mentre conta con le dita iniziando con l’indice. Ecco, queste sono quelle piccole cose alle quali non si fa caso, nemmeno troppo importanti, ma che ci ricordano quanto i costumi americani siano lontani dai nostri. E’ uno degli esempi che spesso riporto in classe per dire quanto la differenza culturale si nasconda nel quotidiano, nei piccoli gesti della vita ordinaria: chiedo agli studenti di contare qualsiasi cosa utilizzando le dita … e tutti partono dal mignolo per procedere verso l’indice, mai viceversa. Un verso scomodissimo per chi fa l’opposto. The Economist deve istruire i sui vignettisti ad osservare i particolari, perché anche in quelli si nasconde la cultura e la possibilità di farne una parodia credibile J.
mercoledì 26 marzo 2014
Malcom e l’insidioso Occidente
“We didn’t land on Plymouth Rock, my brothers
and sisters - Plymouth rock landed on us!”
Bisogna ammettere che come esordio da
predicatore non c’è male. Si tratta, infatti, di una potentissima scossa contenuta
in una delle prime conferenze che Malcom X (all’anagrafe Malcom Little) tenne
come assistente nel tempio islamico di Detroit.
Potrebbe essere tradotta: “Non siamo atterrati
sul suolo americano – come i padri pellegrini – ma è piuttosto l’America, con tutti i
Pellegrini, che si è pesantemente accomodata sulle nostre schiene”. E non credo
che l’invettiva possa essere interpretata in altro modo – la schiettezza di
Malcom era proverbiale, condita con una abilità retorica acquisita da autodidatta. Basta leggere The Autobiography of Malcom X: As Told to Alex Haley (sciegliete
l’edizione che preferite) e ascoltare qualche intervista e intervento
dell’epoca su youtube per rendersi conto che un qualcosa di miracoloso c’è – e
credo si chiami ‘forza di volontà’ - in uno che da
teenager analfabeta è diventato uno dei più potenti oratori del secondo dopoguerra. Di lui si diceva, con tono da
leggenda epica, che fosse l’unico leader afro-americano che poteva calmare una
folla inferocita o incendiare i più miti fino alla
rivolta. L’accigliatissimo Malcom combatteva con tutto se stesso ogni traccia
di Occidente bianco nel popolo nero – fino ad odiare e ripudiare il suo stesso
sangue, letteralmente, perché macchiato di sangue bianco da una delle tante violenze passate.
Eppure emerge qualcosa di profondamente paradossale
in questa storia. A conti fatti, scorrendo l’autobiorgrafia, Malcom è un ottimo
esempio di self-made man statunitense: autodidatta, passato dalla spazzatura
del ghetto al pulpito del tempio, dotato di forza erculea, lavoratore indefesso
con orologio sempre alla mano (l’oggetto al quale, dice lui stesso, si
rivolgeva più frequentemente), e così via per una lunga serie di rilevanti dettagli.
C’è qualcos’altro che accomuna l’intelligenza
di Malcom ai più raffinati prodotti
dell’Occidente – forse più europeo che
americano – ovvero il costante esercizio del sospetto. Proprio quello che
accomuna alcuni dei filosofi da lui tanto odiati perché occidentali: Marx,
Nietzsche, Freud – per rimanere alla definizione dei maestri del sospetto di
Ricoeur, ma se ne potremmo aggiungere altri. Malcom si definiva risvegliato dal
lungo letargo culturale imposto ai neri per tenerli sottomessi con la complicità della morale cristiana che i bianchi avevano sapientemente costruito a
proprio vantaggio per secondi fini. Ma non era Nietzsche che definiva il
cristianesimo la più sottile arma del potere
esercitato da chi non riesce ad avere altra fonte di potere? E non era Marx
che definiva tutte le sovrastrutture borghesi del capitalismo (dei bianchi, di
chi altro?) un espediente per opprimere le classi subalterne? E non era Freud
che definiva le belle architetture della coscienza come una difesa contro
l’esuberanza dell’inconscio?
Che l’Occidente sia più insidioso, nel celarsi sotto mentite spoglie, di quanto lo stesso Malcom
non sospettasse?
lunedì 9 settembre 2013
Los Angeles
La forza di Sansone era nei sui capelli, quella di LA e' nell'estensione del suo territorio. E' difficile dire se sia bella o brutta, certamente e' varia. Quando ti sembra di esserne uscito, ti ci ritrovi ancora dentro, per altre vie e in altri quartieri. LA e' il piu' significativo microcosmo degli US, per la convivenza degli eccessi, l'estensione dall'oceano alle colline, la vicinanza di pacchiano e raffinato, la verita' che si cerca attraverso il telescopio di uno dei piu' grandi osservatori del mondo e la finzione costruita nel laboratorio di Hollywood. Guardando la grande scritta bianca incollata alla collina, un po' piu' a sinistra si trova il Griffith Observatory, un vero tempio dell'astronomia, a partire dalla sua struttura: tre cupole, due piccole laterali e una maggiore centrale, alle quali si accede dopo una breve passeggiata, che sembra fatta a posta per meditare prima dell'accesso, come i giardini che anticipano le entrate degli edifici sacri. Arrivati all'edificio si puo' salire esternamente per poi affacciarsi dalla parte opposta a vedere la distesa di luci e strade di LA. La vista non fa un grande effetto, ma lo fa il luogo da cui si osserva: la pietra bianca e liscia risalta ancora di piu' per le cupole scure, e il tutto incute un che' di reverenziale che contrasta decisamente con lo spirito generale di LA.
Il Griffith fu uno dei primi osservatori statunitensi e il posto fu scelto per la posizione e la chiarezza del cielo che permetteva una percezione piu' netta degli astri. Di quel cielo chiaro non so cosa sia rimasto - credo solo la memoria, visto l'inquinamento - ma la storia della scienza li' trova certamente un luogo dove essere ricordata. Il museo all'interno e' su piu' livelli, di cui quello piu' in fondo e' legato al nome di Leonard Nimoy, alias Spock, che sembra abbia avuto il merito di promuovere e sostenere l'osservatorio, oltre a quello si fare il gelido vulcaniano.
LA, dove gli opposti si abbracciano, riserva altre curiosita', tra le quali la Central Library a Downtown, sull'occulto simbolismo della quella si continua a dire parecchio. Qui e' L'Egitto e i suoi arcani segreti a dare forma a pareti e bassorilievi. Sullo stile si puo' avere da ridire, sulla sentenza all'entrata no: "In the world of affairs we live in our own age; in books we live in all ages", e ce ne sono altre tratte dai classici sulle mura di questo tempio dei libri, altro monumento alla cultura nella citta' della stravaganza superficiale e delle forme vuote. Ma sulle nostre biblioteche nazionali di Roma e Firenze, a parte l'orario di entrata e uscita, che c'e' scritto? Ci sono parole che invitano ad entrare? Eh si, il problema e' anche questo, bisogna affascinare, ipnotizzare, confezionare la conoscenza come se fosse un accattivante oggetto di culto. Nella veste retorica non c'e' nulla di male, se e' a buon fine, e dimostra pure la buona volonta' di avvicinare alla cultura. Una biblioteca, come un campus universitario, devono invitare all'entrata e non mettere alla prova, come un romanzo deve invitare ad essere letto dalla prima pagina e non metterti una croce sulle spalle imponendoti di soffrire come prova che sei ben intenzionato. Non e' anche in questo che LA rappresenta gli US? Non e' forse questa una radicale differenza tra US e buona parte dell'Europa? Da un lato lo spettacolo per invitarti ad entrare e magari alla fine imparare qualcosa - a volte troppo poco - dall'altro le forche caudine per vedere se sei degno di accedere al calice della conoscenza - che a volte risulta piu' amaro di quanto ti aspetteresti.
Il Griffith fu uno dei primi osservatori statunitensi e il posto fu scelto per la posizione e la chiarezza del cielo che permetteva una percezione piu' netta degli astri. Di quel cielo chiaro non so cosa sia rimasto - credo solo la memoria, visto l'inquinamento - ma la storia della scienza li' trova certamente un luogo dove essere ricordata. Il museo all'interno e' su piu' livelli, di cui quello piu' in fondo e' legato al nome di Leonard Nimoy, alias Spock, che sembra abbia avuto il merito di promuovere e sostenere l'osservatorio, oltre a quello si fare il gelido vulcaniano.
LA, dove gli opposti si abbracciano, riserva altre curiosita', tra le quali la Central Library a Downtown, sull'occulto simbolismo della quella si continua a dire parecchio. Qui e' L'Egitto e i suoi arcani segreti a dare forma a pareti e bassorilievi. Sullo stile si puo' avere da ridire, sulla sentenza all'entrata no: "In the world of affairs we live in our own age; in books we live in all ages", e ce ne sono altre tratte dai classici sulle mura di questo tempio dei libri, altro monumento alla cultura nella citta' della stravaganza superficiale e delle forme vuote. Ma sulle nostre biblioteche nazionali di Roma e Firenze, a parte l'orario di entrata e uscita, che c'e' scritto? Ci sono parole che invitano ad entrare? Eh si, il problema e' anche questo, bisogna affascinare, ipnotizzare, confezionare la conoscenza come se fosse un accattivante oggetto di culto. Nella veste retorica non c'e' nulla di male, se e' a buon fine, e dimostra pure la buona volonta' di avvicinare alla cultura. Una biblioteca, come un campus universitario, devono invitare all'entrata e non mettere alla prova, come un romanzo deve invitare ad essere letto dalla prima pagina e non metterti una croce sulle spalle imponendoti di soffrire come prova che sei ben intenzionato. Non e' anche in questo che LA rappresenta gli US? Non e' forse questa una radicale differenza tra US e buona parte dell'Europa? Da un lato lo spettacolo per invitarti ad entrare e magari alla fine imparare qualcosa - a volte troppo poco - dall'altro le forche caudine per vedere se sei degno di accedere al calice della conoscenza - che a volte risulta piu' amaro di quanto ti aspetteresti.
venerdì 23 agosto 2013
l'oceano negli occhi
Con il sole all'orizzonte, guardando a ovest, il Pacifico fa l'effetto di una distesa di tessuto azzurro, appena piu' scuro del cielo ma increspato di luce. A guardarlo attentamente ci si leggono i versi di Parmenide: le apparenze passano e cambiano e tutto cio' sembra essere e non e' come "il cangiante brillare del mare", che sia il Mediterraneo di millenni fa o l'oceano del mondo post-moderno. E a fissarle troppo quelle risacche di luce sul tessuto azzurro ti ipnotizzano, sono come talismani fluttuanti, e come i tesori delle favole, finche' non arriva la massa d'acqua delle onde - con sopra una tavola da surf - a smuovere la scena e a risvegliarti, allora ti ricordi che non sei sulle coste della Magna Grecia ma un po' piu' ad ovest. Come le avranno viste quelle coste i primi europei che arrivarono qui da terra? E i navigatori con la prospettiva opposta ed il sole alle spalle? Qui i colori di terra, acqua e cielo si trasformano ad ogni ora e posizione dell'osservatore, e non c'e' verso di ricordarli tutti: troppe tonalita' , luci e ombre, sfumature. Bisognerebbe fotografare costantemente e da tutte le direzioni contemporaneamente per avere una idea completa, un'istantanea della varieta'. E' così anche a Santa Monica e Santa Barbara, su' su' fino a Big Sur sulla strada che costeggia il Pacifico e si arrampica sulla scogliera. Da Big Sur l'oceano si vede da lontano ed e' piu' il movimento di rocce e spiagge che attira lo sguardo: da la' su', guardando la costa da Sud a Nord, gli scogli sono in fila come sentinelle rivolte verso Ovest, a volte a formare archi - dove la roccia ha ceduto alla tenacia dell'acqua.
In fondo l'oceano e il deserto condividono l'orizzonte a perdita d'occhio e danno la stessa sensazione di essere sul ciglio del proprio mondo ad osservare un'altra dimensione, un altro pianeta.
Alle spalle ci sono sempre le grandi citta', piu' o meno vicine, cioe' il mondo degli uomini distratti da se stessi e dai propri affari. Da quel ciglio invece non si vedono uomini ne' si muovono affari, non c'e' scampo: non c'e' che da vedere, sentire e pensare al resto: come se la circonferenza si facesse centro e viceversa.
In fondo l'oceano e il deserto condividono l'orizzonte a perdita d'occhio e danno la stessa sensazione di essere sul ciglio del proprio mondo ad osservare un'altra dimensione, un altro pianeta.
Alle spalle ci sono sempre le grandi citta', piu' o meno vicine, cioe' il mondo degli uomini distratti da se stessi e dai propri affari. Da quel ciglio invece non si vedono uomini ne' si muovono affari, non c'e' scampo: non c'e' che da vedere, sentire e pensare al resto: come se la circonferenza si facesse centro e viceversa.
lunedì 19 agosto 2013
California
Il viaggio in aereo da Baltimore a Denver e' una lunga distesa di grandi piani, dove sono disegnati cerchi e quadri come fosse una coperta tesa tra gli Appalachy e le Rocky Mountains, e ci si chiede dove dorma la gente che lavora quei campi - non c'e' un villaggio visibile dall'alto. Quando invece si vola da Denver a San Diego, CA, il clima - in tutti i sensi - cambia radicalmente e ben prima di arrivare in prossimita' del Pacifico, si gode la vista delle colline del sud della California, quelle che poi si possono vedere piu' da vicino andando da San Diego verso San Francisco, con quell'aria mediterranea (che ci fanno quei pini e cipressi dall'altra parte del mondo?) da America alternativa, vigneti compresi. E da quando in qua un vino bianco fa cosi' frequentemente 13.5 gradi? Comunque fa un certo piacere perverso ritrovare una parte di vecchio continente nel nuovo mondo.
Se andando verso San Diego l'aereo atterrasse poche miglia piu' a Ovest sarebbe sulla via delle Haway, verso un sole che tramonta affogato nell'oceano.
L'isola Coronado e' di fronte a downtown, ma molto diversa dalla città. Ci si arriva in barca o in macchina lungo un ponte che assomiglia ad un roller coaster: cosi' alto che sembra volerla attraversare tutta e che invece poi si piega sul lato interno dell'isola. Una volta attraversata - senza l'aiuto del ponte - l'isola da' il meglio di se': esposta sull'oceano aperto senza altre terre di fronte ed equipaggiata delle spiagge piu' gradevoli, a nostro parere tra le piu' accattivanti di tutta la costa californiana.
Li ci si accorge di quanto l'Ovest possa essere estremo, e cosi' vicino - solo un'oceano di mezzo! - all'estremo oriente... tutto qui, e il mondo e' gia' finito, bello che circoscritto, e viene voglia di girarlo nell'altro verso, cioe' verticalmente - per cosi' dire - dal polo sud al nord, per vedere se fa la stessa impressione.
San Diego e' la porta sud della California: ad un'ora dal Messico e a poca distanza dall'inizio della Highway 1 - o Pacific Coast Highway - che porta fino in Oregon a cavallo delle scogliere che danno sull'oceano. Strada odiata da alcuni per le temibili curve, osannata da altri come il "must" di ogni viaggiatore. Personalmente non la farei cosa tragica ne' divina: e' semplicemente uno dei modi in cui natura e opera umana collaborano per puro gusto scenografico, e il risultato e' raccomandabile.
Se andando verso San Diego l'aereo atterrasse poche miglia piu' a Ovest sarebbe sulla via delle Haway, verso un sole che tramonta affogato nell'oceano.
L'isola Coronado e' di fronte a downtown, ma molto diversa dalla città. Ci si arriva in barca o in macchina lungo un ponte che assomiglia ad un roller coaster: cosi' alto che sembra volerla attraversare tutta e che invece poi si piega sul lato interno dell'isola. Una volta attraversata - senza l'aiuto del ponte - l'isola da' il meglio di se': esposta sull'oceano aperto senza altre terre di fronte ed equipaggiata delle spiagge piu' gradevoli, a nostro parere tra le piu' accattivanti di tutta la costa californiana.
Li ci si accorge di quanto l'Ovest possa essere estremo, e cosi' vicino - solo un'oceano di mezzo! - all'estremo oriente... tutto qui, e il mondo e' gia' finito, bello che circoscritto, e viene voglia di girarlo nell'altro verso, cioe' verticalmente - per cosi' dire - dal polo sud al nord, per vedere se fa la stessa impressione.
San Diego e' la porta sud della California: ad un'ora dal Messico e a poca distanza dall'inizio della Highway 1 - o Pacific Coast Highway - che porta fino in Oregon a cavallo delle scogliere che danno sull'oceano. Strada odiata da alcuni per le temibili curve, osannata da altri come il "must" di ogni viaggiatore. Personalmente non la farei cosa tragica ne' divina: e' semplicemente uno dei modi in cui natura e opera umana collaborano per puro gusto scenografico, e il risultato e' raccomandabile.
sabato 17 agosto 2013
Ritorno in Colorado...
Appena tornati. Gli ultimi giorni sono stati po' di corsa e gli ultimi post arrivano a viaggio concluso.
Brevemente verso le cose piu' importanti: l'ultimo posto visto nel giro Colorado-Utah-Arizona-Colorado e' stata la Mesa Verde, dove gli americani trovano un po' di storia, non loro, ma di chi c'era prima, dei veri 'nativi'. Si tratta di case ricavate in parte dalla roccia, come appoggiate alla montagna e come tetto hanno un arco di caverna.
A proposito di 'nativi', ricordo una discussione di qualche tempo fa in macchina, eravamo accompagnati dalla madre di un compagno di scuola di Giulio. Il fanciullo, innocentemente confuso su chi siano i 'nativi', si sorprende con la madre della presenza di 'altri' nativi oltre a quelli che gli avevano raccontato esseri gli unici, cioe' l'americano venuto dall'Europa. La madre, chiaramente imbarazzata dalla presenza di piu' accezioni di 'nativo' - e dal fatto che qualcuno 'piu' nativo' dell''uomo americano bianco' possa disturbare la facile equivalenza - lascia cadere la cosa. Cosi' una delle piu' importanti discussioni che un futuro adulto statunitense dovrebbe avere con gli adulti e' morta prima di fiorire. E buona notte ad un'altra bella occasione di crescita della coscienza storica. E poi hanno il complesso che la loro storia sia troppo corta, sempre a caccia di tradizioni da costruire per riempire il vuoto; ma non e' un problema di lunghezza, e' la rielaborazione del passato - parte integrante del fare la storia - che a volte sembra mancare...
Sara' il ritorno a Baltimore, ma ormai i fatti del viaggio si intrecciano con altre questioni, con le cose che si hanno di fronte agli occhi tutti i giorni, di quel genere di cose che da queste parti sembrano finite e sono solo sotterrate, e nemmeno troppo in fondo, tanto che ogni tanto ci inciampi sopra.
Lasciata la Mesa Verde, abbiamo passato di nuovo le Rocky Mountains, questa volta verso Est, per tornare a Denver. Rocce nere dalle quali ci si affaccia su laghi e pianure, mentre dalla lunga strada in pianura, prima di superare l'ultima parte della catena montuosa, abbiamo visto un arcobaleno da foto, fatta dalla macchina e venuta bene: con tutta quella varieta' cromatica. Il cartello "Welcome to Colorful Colorado" faceva sul serio.
Brevemente verso le cose piu' importanti: l'ultimo posto visto nel giro Colorado-Utah-Arizona-Colorado e' stata la Mesa Verde, dove gli americani trovano un po' di storia, non loro, ma di chi c'era prima, dei veri 'nativi'. Si tratta di case ricavate in parte dalla roccia, come appoggiate alla montagna e come tetto hanno un arco di caverna.
A proposito di 'nativi', ricordo una discussione di qualche tempo fa in macchina, eravamo accompagnati dalla madre di un compagno di scuola di Giulio. Il fanciullo, innocentemente confuso su chi siano i 'nativi', si sorprende con la madre della presenza di 'altri' nativi oltre a quelli che gli avevano raccontato esseri gli unici, cioe' l'americano venuto dall'Europa. La madre, chiaramente imbarazzata dalla presenza di piu' accezioni di 'nativo' - e dal fatto che qualcuno 'piu' nativo' dell''uomo americano bianco' possa disturbare la facile equivalenza - lascia cadere la cosa. Cosi' una delle piu' importanti discussioni che un futuro adulto statunitense dovrebbe avere con gli adulti e' morta prima di fiorire. E buona notte ad un'altra bella occasione di crescita della coscienza storica. E poi hanno il complesso che la loro storia sia troppo corta, sempre a caccia di tradizioni da costruire per riempire il vuoto; ma non e' un problema di lunghezza, e' la rielaborazione del passato - parte integrante del fare la storia - che a volte sembra mancare...
Sara' il ritorno a Baltimore, ma ormai i fatti del viaggio si intrecciano con altre questioni, con le cose che si hanno di fronte agli occhi tutti i giorni, di quel genere di cose che da queste parti sembrano finite e sono solo sotterrate, e nemmeno troppo in fondo, tanto che ogni tanto ci inciampi sopra.
Lasciata la Mesa Verde, abbiamo passato di nuovo le Rocky Mountains, questa volta verso Est, per tornare a Denver. Rocce nere dalle quali ci si affaccia su laghi e pianure, mentre dalla lunga strada in pianura, prima di superare l'ultima parte della catena montuosa, abbiamo visto un arcobaleno da foto, fatta dalla macchina e venuta bene: con tutta quella varieta' cromatica. Il cartello "Welcome to Colorful Colorado" faceva sul serio.
domenica 4 agosto 2013
la terra degli dei
Come promesso, dopo lunga assenza, eccomi per la parte mancante - sembra un secolo fa.
dopo aver lasciato Moab, verso sud, ben presto si incontra la US-163 detta anche "scenica" perche' passa a destra della Monument Valley, anche se a volte in prospettiva sembra che ci si sbuchi dentro e che quei monumentali cilindri di roccia rossa siano la' ad attenderti sbarrando la strada. Spesso effetti simili si hanno in questi posti dove le misure gigantesche ingannano l'occhio. Si', questa potrebbe essere la terra dove un tempo abitavano giganti, di quelli in cui si racconta nelle mitologie. I Navajo, che sono 'proprietari' della vallata, credono invece che qui dimorino gli dei. In effetti quelle montagne a tetto piatto sembrano fatte a posta per accogliere esseri dall'alto - e chissa' che qualcuno non abbia anche fantasticato su piattaforme per gli alieni... Viene voglia di vedere cosa si vede da lassu', com'e' li' l'aria, come si respira dalla terra degli dei. Il turismo non aiuta questi luoghi, in molti sensi, e i Navajo sono tristemente rassegnati a vendere souvenir e timbrare biglietti d'ingresso. Brutta storia quella che si legge sulle poche righe esposte all'entrata della valle: si tratta di deportazioni e 'rimpatri' di circostanza, insomma un altro tassello della storia di uomini che decidono della sorte di altri uomini. Per non parlare dell'albergo costruito proprio all'entrata, che cerca di camuffarsi tinto di marroncino, come un bunker nel deserto, orribile e pullulante di turisti. Un oggetto collocato a sproposito, fuori posto e blasfemo.
Siamo ripartiti al tramonto, un po' delusi dall'ambiente, proseguendo sulla 163, ormai da un pezzo nel deserto dell'Arizona, dopo Kayenta, svincolo di passaggio, abbiamo dirottato verso ovest, verso Page, sul lago Powell. Prima notte in macchina attraverso il deserto. Se anche si potesse vedere qualcosa, non ci sarebbe molto da ammirare: dopo la Monument Valley la terra si distende noiosamente e non si vede l'ora di scorgere l'acqua di un lago o del fiume Colorado. Non c'e' una casa per miglia e la strada non e' piu' illuminata, l'effetto e' di una corsia che corre dal nulla verso il nulla, avanti, dietro, di lato. Ci si potrebbe fermare a guardare le stelle, senza una fonte di luce nel raggio di decine di miglia, saranno piu' vive che mai, ma non c'e' nemmeno una corsia d'emergenza e non si sa dove accostare.
A Page si arriva dopo ore e la prima cosa che si vede sono tre ciminiere alte quanto le montagne, abbarbicate su un edificio illuminassimo, che buttano fumo grigio nella notte nera. E' finita la strada del nulla, si rivedono tracce umane, non delle migliori.
Scrivo dalla California, Los Angeles, dove le autostrade/freeway - a proposito di artefatti - nonostante le 7 corsie per carreggiata, non sono preferibili alla via attraverso il deserto.
dopo aver lasciato Moab, verso sud, ben presto si incontra la US-163 detta anche "scenica" perche' passa a destra della Monument Valley, anche se a volte in prospettiva sembra che ci si sbuchi dentro e che quei monumentali cilindri di roccia rossa siano la' ad attenderti sbarrando la strada. Spesso effetti simili si hanno in questi posti dove le misure gigantesche ingannano l'occhio. Si', questa potrebbe essere la terra dove un tempo abitavano giganti, di quelli in cui si racconta nelle mitologie. I Navajo, che sono 'proprietari' della vallata, credono invece che qui dimorino gli dei. In effetti quelle montagne a tetto piatto sembrano fatte a posta per accogliere esseri dall'alto - e chissa' che qualcuno non abbia anche fantasticato su piattaforme per gli alieni... Viene voglia di vedere cosa si vede da lassu', com'e' li' l'aria, come si respira dalla terra degli dei. Il turismo non aiuta questi luoghi, in molti sensi, e i Navajo sono tristemente rassegnati a vendere souvenir e timbrare biglietti d'ingresso. Brutta storia quella che si legge sulle poche righe esposte all'entrata della valle: si tratta di deportazioni e 'rimpatri' di circostanza, insomma un altro tassello della storia di uomini che decidono della sorte di altri uomini. Per non parlare dell'albergo costruito proprio all'entrata, che cerca di camuffarsi tinto di marroncino, come un bunker nel deserto, orribile e pullulante di turisti. Un oggetto collocato a sproposito, fuori posto e blasfemo.
Siamo ripartiti al tramonto, un po' delusi dall'ambiente, proseguendo sulla 163, ormai da un pezzo nel deserto dell'Arizona, dopo Kayenta, svincolo di passaggio, abbiamo dirottato verso ovest, verso Page, sul lago Powell. Prima notte in macchina attraverso il deserto. Se anche si potesse vedere qualcosa, non ci sarebbe molto da ammirare: dopo la Monument Valley la terra si distende noiosamente e non si vede l'ora di scorgere l'acqua di un lago o del fiume Colorado. Non c'e' una casa per miglia e la strada non e' piu' illuminata, l'effetto e' di una corsia che corre dal nulla verso il nulla, avanti, dietro, di lato. Ci si potrebbe fermare a guardare le stelle, senza una fonte di luce nel raggio di decine di miglia, saranno piu' vive che mai, ma non c'e' nemmeno una corsia d'emergenza e non si sa dove accostare.
A Page si arriva dopo ore e la prima cosa che si vede sono tre ciminiere alte quanto le montagne, abbarbicate su un edificio illuminassimo, che buttano fumo grigio nella notte nera. E' finita la strada del nulla, si rivedono tracce umane, non delle migliori.
Scrivo dalla California, Los Angeles, dove le autostrade/freeway - a proposito di artefatti - nonostante le 7 corsie per carreggiata, non sono preferibili alla via attraverso il deserto.
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