La vita è moto - diceva qualcuno nell'antichità - e l'anima muove il corpo dove essa vuole andare.
Questa sentenza lontana - nello spazio e nel tempo - mi ricorda ciò che sento e leggo sempre più spesso dall'Italia da fonti più o meno dirette, spesso sui quotidiani, più o meno condensabile nella formula: "Per restare ci vuole coraggio!". Temendo che si crei la sindrome nazionale dell'eroe in patria, una specie di "Luigi delle Bicocche" - che rimane comunque una delle canzoni che preferisco - ho pensato di dare una voce dall' "altro mondo", come antidoto alla sindrome sopradetta. Anche perché, chi è uscito dall'Italia ha un'idea di cosa vuol dire rimanere, chi è rimasto non sa assolutamente nulla di cosa vuol dire uscire per vivere e lavorare fuori dal proprio paese e ancor di più dall'Europa. Bene, cerco di darvi un'idea. Quando si è a casa propria, si è circondati da tutto ciò che impercettibilmente ci sostiene in ogni istante: dalla nonna che ci va a prendere il figlio a scuola, alla lingua madre che non rappresenta un problema comunicativo - anche se per alcune fasce di popolazione a dire il vero comincia ad esserlo! - dal lavoro trovato con l'aiuto del parente o dell'amico del parente alla macchina regalata o prestata dallo stesso parente; senza contare, oltre agli aiuti economici/materiali, il sostegno psicologico-emotivo che si respira nell'ambiente natio - tranne poi pagarlo con lo stress... ma questa è un'altra storia. Aggiungeteci tutto quello che ometto per brevità e che fa parte della stessa categoria di fattori. Quando si è all'estero, per un motivo diverso dalla vacanza di riposo, tutto quel mondo ricco di salvaggenti e appigli d'un tratto scopare. E si è catapultati nel mondo del "fai da te", ma il manuale delle istruzioni non te lo dà nessuno: praticamente te lo devi scrivere strada facendo. E così un tunnel immaginario ti porta dall'Essere al Non-essere, dal Tutto al Nulla, dalla pianura alla parete di roccia. Arrivati a destinazione, nulla è più scontato, tutto è nuovo e imprevisto, tutto costa più di quanto si pagherebbe in patria - intendo sia in termini monetari che emotivi e di tempo. Si è costantemente impegnati in un esercizio di osservazione e comprensione e nulla è più automatico come prima. Ecco: si perdono i passi che da sempre facciamo senza nemmeno rifletterci, come se dall'oggi al domani prima di scendere dal letto dovessimo pensare a quale piede conviene poggiare per primo e quali sono le conseguenze del poggiare prima l'uno o l'altro... vi immaginate che mal di testa! I visi hanno altre espressioni e bisogna imparare a decodificarle; perché la lingua, comunque straniera, è solo uno dei personaggi in ballo sulla scena comunicativa - e comincio anche a dubitare che sia un protagonista. Ecco, ora chi crede che ci voglia coraggio a rimanere, si faccia due conti riguardo alla forza titanica che ci vuole ad andarsene. E allora, perché farlo? Oh! questo richiederebbe un ben più lungo Post. Provare per credere.
Vogliamo mettere sul piatto della bilancia quanto coraggio c'è da un lato e quanto dall'altro? Non è il caso, finiamola patta. Chi rimane, accanto al coraggio ha le virtù del saper sopportare, del tollerare l'assuefazione alla quotidiana realtà, della mansuetudine - quest'ultima in particolare non sono mai riuscito a svilupparla. Ma c'è da dire che chi rimane corre il pericolo di ritrovarsi con un livello eccessivo di tolleranza nel sangue e di non riuscire più a vedere ciò che ha intorno perché ci sta dentro fino al collo. A pensarci bene anche per rimanere ci vuole una forza titanica, quella di Atlante... sperando che prima o poi giunga un Ercole di buona volontà.
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