lunedì 18 luglio 2011
Sogno di una notte baltimorense
Sono le 3am circa e le uniche creature che hanno voglia di agitarsi sono le cicale del bosco di fronte; per il resto del mondo, il clima non fa dormire e non fa stare svegli: non rimane che sognare. Credo che sia accaduto proprio questo ad Allen Ginsberg quando scrisse nel suo Howl "...who thought they were only mad when Baltimore gleamed in supernatural ecstasy..."; buttò così la città in un testo giudicato da molti incomprensibile - e dai più bigotti immorale - e a pensarci bene ci vuole un bel coraggio a dire che The Wire is gleaming... e come mi disse qualcuno "it takes time" per arrivare ad amarla. Una città dove viaggiando in macchina ad un tratto ti ritrovi nei più sfatti sobborghi delle peggiori periferie delle metropoli africane o sudamericane, solo che sono a pochi blocks da splendidi quartieri ornati di fiori e laghetti artificiali. Nei sobborghi la supernatural ectasy c'è, non so se del tipo che pensava Ginsberg, in ogni caso di origine diciamo... artificiale. Ce ne vuole di creatività per scrivere sulle panchine agli angoli delle strade che Balty è la più bella città d'America. Qualsiasi fantasia propagandistica ha un limite. Guardandola in faccia, questa città è complicata, lenta, un prodotto del profondo South, o dei suoi venti infernali, le coppie miste - bianche/afroamericane - si contano sulle dita di una mano - dopo un anno di permanenza. In questa città ci sono rancori che non si possono narrare, custoditi nella terra, negli alberi antichi ed alti che stanno a guardia di parchi e boschi, nel sangue della gente. Baltimore è ancora South per la cortesia di cui si vantano i suoi abitanti: raramente chi si incrocia sulla strada non saluta, sorride e chiede come va; all'inizio è quasi invadente, poi si partecipa e infine ci si prende gusto. E' uno dei modi con cui Baltimore cerca di lavare l'odio tra le etnie, è un continuo commovente tentativo di riscatto, e non accettarlo è un insulto all'umanità di questo posto. E di umanità - libera e schiava - qui ne è passata molta. Spesso dimentico che Baltimore è, innanzitutto, il suo Inner Harbor, dove la città si sdraia comodamente lungo la baia, per miglia e miglia. Decadi fa il porto era un inferno di povertà e ratti, ora è luogo di divertimenti, quartieri di lusso, gite in barca e un magnifico posto da cui ammirare i fuochi d'artificio del 4 luglio. Erano lanciati da una barca nel mezzo della baia; li abbiamo visti da un lato a sud, circondati da edifici grandi e vuoti, vecchie fabbriche - alcune ancora funzionanti altre ormai fantasmi di se stesse - e gigantesche navi commerciali con strutture alte come montagne: una giungla di metallo tra il cielo e il mare, uno spettacolo mai visto prima. A nord della città si dimentica il mare perché catturati dal verde, estesissimo, di cui non posso più fare a meno, che preanuncia ciò che c'è dietro la costa est, dietro tutte le grandi città affacciate sull'Atlantico: gli spazi verso il centro degli States, un centro che si raggiunge dopo ore di aereo... Il verde, le cicale indaffarate, gli scoiattoli distratti e velocissimi, i conigli immobili sui prati, le gigantesche chiome d'albero, le nuvole alte di questi giorni, i fulmini che illuminano a giorno aprendo il cielo a metà durante le tempeste estive, tutto questo ricorda che qui siamo ospitati da una natura potentissima che si scatena e danza da un lato all'altro del continente, e che sfiora le nostre teste e passa oltre. It takes time... Buona notte dalla Gleaming City.
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